domenica 6 maggio 2018

Lotta alle graminacee e ai parassiti. Diario del nostro podere. Settima puntata

5 maggio 2018
Si aspetta tutto l'inverno per vedere le nostre piante esplodere con foglie e fiori ma non si calcola che anche altre piante che non vorremmo esploderanno a loro volta.
 Le piante che quest'inverno abbiamo comprato e amorevolmente messo a dimora stanno bene: delizioso l'acero giapponese, inaspettatatamente gialla la fioritura del gelsomino, belli i fiori fucsia dell'albero di Giuda, foglie nuove sulla bignonia che davamo per spacciata e foglie nuove su tutti i nuovi alberi, dalle rosso brune dell'acero, alle frondose della catalpa, a quelle più timide dell'acacia di Costantinopoli.
Spettacolari i due alberi della nebbia, anche loro con foglie rosso-bruno. I nuovi alberi da frutto danno segno di aver superato le gelate invernali anche se non promettono frutti, salvo una, dico una, albicocca sull'albicocco reale d'Imola (maturerà?). Sono invece in gestazione ciliegie, prugne, kaki e fichi.
Ma il primo problema che salta all'occhio in questa visita è l'erba alta. Oddio, erba: in realtà si tratta di un mix dove le graminacee la fanno da padrone che soffoca tutto quello che non supera il metro. Dove sono gli olmini tenaci che hanno ormai quattro anni? E le coetanee marruche?  E i piccoli melograni della mia mamma di circa 20 centimetri? Persino la rustica rosa canina è mimetizzata tra queste malefiche spighe!
All'urgenza quindi di liberare queste piante basse dedico quasi tutta la mattina del sabato sfidando la mia allergia alle graminacee, confidando nell'antistaminico ma procurandomi il classico mal di schiena da diserbo.
Altra urgenza è  quella di liberare le piantine grasse nel "giardino verticale". Grazie a questa operazione scopriamo che alcune sono insperatamente sopravvissute all'inverno, come le piccole eriche o la piantina viola omaggio della mia amica A.
Roberto nel frattempo mette a dimora: due tipi di hibiscus (Hibiscus syriacus redhearth e Hibiscus syriacus woodbridge),  due coppie di due tipi di iperico (Hypericum moserianum tricolor e Hypericum hidcote),  due ginestre (Spartium juceum), due Cotoneastor salicifolius e un Delosperma.
Poi passa a tagliare l'erba del "giardino pensile" che dopo questa operazione risulta davvero bello!

Purtroppo un'altra sciagura si abbatte in questo periodo sulle nostre piante: i parassiti. Il più attaccato sembra essere il mandorlo che le foglie accartocciate ed arrossate. Anche il prugno ha segni di parassiti in alcune fronde. Che ansia!
Spruzzo del macerato di ortica su entrambi ma mi riprometto di darci anche verde-rame prima possibile.
Approfitto quindi per mettere in produzione dell'altro macerato che mi serve anche per il giardino di Firenze dove imperversa il cosiddetto "mal bianco".
Si pone il problema del taglio dell'erba, operazione che di solito affidiamo a manovalanza locale. Come evitare però che il rustico indigeno falci piante a cui teniamo? Si parla delle felci, delle fragoline di bosco, dei piccoli melograni della mamma, ma anche delle piantine grasse. Si decide quindi di procrastinare l'affidamento del lavoro ad una fase successiva, cercando nel frattempo di fare da noi le zone "delicate".

6 maggio 2018

Domenica mattina indosso subito l'erogatore di verderame e irroro diverse piante ma principalmente il mandorlo, il prugno, gli albicocchi. Poi diserbo le piantine di fusaggine in cima al podere che ieri avevo completamente dimenticato.
Roberto nel frattempo taglia l'erba nell'aiuola del parcheggio (dove gli operai della provincia avevano lasciato una "acconciatura di moda" con la sfumatura...) e sul settore del podere che dà sul parcheggio. Molto bello il risultato: si comincia a vedere la studiata successione di cespugli (ancora piccoli a dire il vero): lavanda, elicriso, ginestra, albero della nebbia, hibiscus.
Io invece procedo a creare delle piccole aiuole con i ciottoli di fiume che abbiamo preso ieri pomeriggio al torrente. Li sistemo intorno alle piante più piccole in modo da contrassegnarle ed anche impedire un po' la crescita delle erbacce. Anche questa operazione dà un risultato molto gradevole esteticamente.

E' ora di ripartire onde evitare le code in autostrada. Anche se di lavoro ce ne sarebbe tanto da fare, siamo soddisfatti di questo fine settimana.

martedì 1 maggio 2018

Cammino di San Benedetto - seconda (e ultima!) parte: da Rocca Sinibalda a Montecassino

Quando, da Madonna delle Grazie, si sale su per il sentiero e si cambia versante della collina, l'Abbazia di Montecassino ci appare inaspettatamente vicina e l'emozione di essere alla fine del cammino è forte.
Duecentocinquanta chilometri circa in dieci tappe (che si aggiungono alle sei fatte lo scorso anno) attraverso il Lazio interno: zaino sulle spalle e bastoncini in mano.
Passando, la gente ti guarda con curiosità divertita: "Bravi!" "Come mi piacerebbe fare come voi!" "Se andate un po' più piano, vengo anch'io!"
Il settantottenne sovrappeso, ex maestro di rafting, fa un pezzo con noi lungo l'Aniene, subito dopo Subiaco, e continua a ripeterci: "Andate pure al passo vostro!" ma si capisce che ha voglia di raccontarsi.
L'ex operaio della Fiat di Cassino, oggi in pensione, ci mostra come taglia l'erba con il trattore sotto i suoi ulivi e ci spiega volentieri la sua nuova attività agricola.
La madre superiora delle Suore della Carità a Pozzaglia Sabina ci accoglie con calore e sottolinea più volte, a me ed alla mia amica, come noi madri facciamo tanto per gli altri.
La formosa vigile dagli occhi azzurri di Guarcino ci mette volentieri il timbro del suo comando sulla credenziale del pellegrino e ci dà i classici consigli di quelli che si sono sempre mossi in auto.
E poi ci sono i preziosi "amici del cammino": ad Orvinio l'infaticabile Simonetta dal sorriso radioso, a Mandela la bruna Marzia, che si rilassa a fine giornata con lo yoga, a Trevi nel Lazio Luisa che ci raccomanda di goderci la bella vista del suo paese dalla torre della Rocca, a Collepardo Giorgio ed Ivana con il loro B&B nello storico palazzo di famiglia ristrutturato ed arredato con estrema cura e gusto e a Roccasecca Tommaso che con lo scooter va a soccorrere altri imprevidenti pellegrini rimasti senz'acqua in una giornata caldissima. Formano una bella rete questi "amici del Cammino di San Benedetto" tenendosi costantemente in contatto e aiutandosi a vicenda allo scopo di salvaguardare e valorizzare il proprio territorio, quei bei borghi tra i Monti Lucretili, Simbruini ed Ernici, che rischiano lo spopolamento.


"Il pellegrino è un ospite prezioso" ci dicono, "un turista discreto, poco esigente, che sa apprezzare la bellezza dei luoghi che attraversa senza rapacità."
Già, i pellegrini. Categoria particolare di viaggiatori: le quattro tedesche che fanno pezzi con il bus, Marisa e Giulio, 160 anni in due, che fanno il cammino per la quarta volta, il vicentino che si sveglia presto ed è sempre avanti e i quattro siculo-bolognesi che invece sono sempre dietro.
Ed infine noi, "i tre toscani" che, a cammino concluso, a pergamena ricevuta, aspettando il bus davanti all'Abbazia di Montecassino non possiamo fare a meno di progettare il prossimo cammino.
D'altra parte, come lessi una volta su un cartello in un bosco: "la vita è una serie di pause tra un cammino e l'altro".