Chi ha visto la puntata di Report del 18 ottobre, capirà perchè ho deciso di includere nella mia personalissima lista di donne che mi piacciono, Manuela Amadori ed Elena Ciocca. Chi sono costoro? Sono artigiane del divano, due piccole imprenditrici del distretto di Forlì, famoso per la produzione dei prestigiosi divani Made in Italy, che due anni fa si sono ribellate al sistema di concorrenza sleale che sta facendo chiudere tante piccole aziende.Dall'ottima inchiesta di Sabrina Giannini (qui il video e qui il testo) emerge che la crisi, almeno per adesso, non c'entra in questa faccenda.
Il punto è che i grandi marchi del settore (quelli che ci tartassano di pubblicità e si vantano della qualità del Made in Italy) per fare offerte sempre più basse impongono ai terzisti dei prezzi sempre più bassi per realizzare divani e poltrone mantenendo però un certo livello. I terzisti italiani, che tra l'altro da contratto vengono pagati tre o quattro mesi dopo la consegna cioè dopo che hanno anticipato l'acquisto di quasi tutto il materiale, non rientrano nei costi a tali prezzi e hanno due possibilità o chiudere o subappaltare a ditte cinesi che garantiscono di rientrarci. In entrambi i casi devono licenziare i propri operai. I cinesi, d'altra parte, si sono fatti furbi. Invece far lavorare tutti gli operai a nero e rischiare ogni tanto la sospensione dell'attività (anche se con una multa di sole 2500 euro si può comunque riaprire) assicurano gli operai a part-time di 20 ore a settimana ma li fanno lavorare 12 ore al giorno. Così se arrivano i controlli l'ispettorato non può sapere se stanno lavorando per le ore dichiarate oppure no. D'altra parte la discrepanza tra ore di lavoro ufficialmente dichiarate e quantità di divani prodotti è tale che balza agli occhi.
Manuela Amadori ed Elena Ciocca si sono rivolte ai sindacati e alle associazioni di categoria ma l'unica cosa che hanno ottenuto per adesso è che non hanno più commesse. Per fortuna però, a seguito di una comunicazione anonima, in Prefettura è stata aperta un'inchiesta.
Interessanti anche le osservazioni dell'economista Giulio Sapelli che ci aiuta a capire perché i cinesi accettino queste forma di sfruttamento, quale dovrebbe essere l'atteggiamento meno ideologico e più lungimirante dei sindacati e come dovrebbero essere ben più severe le sanzioni a chi viene beccato a far lavorare a nero.
"Te lo fanno capire," dice Manuela nell'intervista "non hanno neanche bisogno di dirlo. Il prezzo è questo. Vedi un po' te. Perché tieni tutti questi dipendenti? Dai cinesi costa molto meno. Ed esci che hai il cuore strappato perché come fai ad entrare nella tua ditta dove vedi i dipendenti e prendere in considerazione un'alternativa a quella?"
"Si poteva fare questo giochetto," afferma invece Elena Ciocca, "tanto se volevi rimanere sul mercato, i giochetti sono tanti, però, no, io non scendo a queste schifezze. Queste sono schifezze. Punto."
Che differenza con l'imprenditore che ascoltiamo successivamente e che, quando gli viene chiesto cosa pensa del fatto che lo stesso lavoro ai cinesi costa meno, risponde: "Loro lavorano ad un certo prezzo diverso... quello è un problema loro, non é un problema mio."
Peccato che poi il problema diventa di tutto il distretto in quanto piano piano i marchi si rivolgono direttamente ai terzisti cinesi e ben presto anche lui rimarrà tagliato fuori.
Per fortuna, come dice Milena Gabanelli, non è vero che tutti abbiamo un prezzo. Speriamo che finisca bene per queste due determinate imprenditrici.



