martedì 12 settembre 2017

Ma che bella frase!

In un mondo che va avanti a slogan e che non riesce più ad apprezzare un ragionamento che vada oltre i 140 caratteri, bisognerebbe rivalutare l'esercizio dell'analisi e della riflessione. Tuttavia talvolta capita di venir colpiti da una frase che ci pare che sintetizzi in modo efficace e immediato un pensiero forte e profondo.
Recentemente ho sentito questa citazione:

La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle.

"Ma che bella!" ho pensato. Ed avrei voluto subito rivenderla a mia madre,  tipica rappresentante dell'Italiano medio, di scarsa cultura, sempre pronto a protestare sui social o a mugugnare (lo sdegno) ma mai a mettersi in gioco, a sporcarsi le mani, a fare la propria parte per cambiare le cose (il coraggio).
Siccome non mi piace citare senza nominare la fonte, ho fatto una ricerca e ho scoperto che questa (come tante altre) sono frasi erroneamente attribuite a qualcuno famoso ma in realtà l'autore non si conosce. Come spiega bene questo interessante sito:


"Questa frase è attribuita, in alcuni casi, a Pablo Neruda, ma il più delle volte ad Agostino d'Ippona. La frase è molto diffusa e si trova citata in diverse lingue su centinaia di siti  e libri. Una cosa, però, accomuna tutti: in nessun caso viene mai indicata la fonte bibliografica. Lo stesso Aforismario, pur consultando diverse opere dei due autori, non è riuscito a individuare la frase. Detto tra parentesi, è improbabile che sant'Agostino abbia potuto scrivere una frase che contiene una critica abbastanza esplicita alla creazione divina. Non si può escludere, dunque, che si tratti della solita frase di un anonimo attribuita a un autore celebre per darle maggior autorevolezza e diffusione. Quanto sia diffusa tale pratica si può vedere consultando la sezione di citazioni errate di questo sito."

Chissà forse l'anonimo in questione avrebbe dovuto avere appunto "il coraggio" di palesarsi.

lunedì 21 agosto 2017

L'estate degli alberi





Anche quest'anno ho provato il magone alla partenza di amici e familiari che ci sono venuti a trovare in campagna. Stesso magone che ormai provo tutte le volte che lascio questo posto, anche se so che ci tornerò, magari persino a breve. Sarà diverso: sarà nuvoloso, sarà più freddo, ci sarà da accendere il camino, ma sarà bello ugualmente. E poi mica sempre deve splendere il sole in questo cielo azzurro intenso! Anzi, sarà bene che venga un po' sospirata pioggia per i nostri amati e sofferenti alberelli.
Alberi acquistati e piantati immaginandoseli grandi e fronzuti. Alberi ereditati con la casa e che abbiamo per la prima volta curato, potato, coccolato. Alberi fatti nascere dal seme e ancora così piccoli e fragili. Alberi dai cui frutti abbiamo fatto tante di quelle marmellate. Alberi immaginati e progettati negli spazi ancora liberi. Alberi di cui siamo stati costretti ad ordinare l'abbattimento come quello che ormai chiamiamo “il nostro povero pino” e che ha i giorni contati. Alberi generosi come il grande fico che abbiamo liberato dai rampicanti e che ci sta inondando di deliziosi frutti. Alberi studiati sul libro che sto leggendo (“La saggezza degli alberi” di Peter Wohlleben). Alberi come quello di fantasia dipinto sul muro opera collettiva di familiari e amici.
Però che malinconia la fine delle vacanze!

martedì 15 agosto 2017

Ma ce l'ho ancora la mia casa?




Talvolta riguardo le vecchie foto o i vecchi filmini di famiglia e ti rivedo come ormai non sei più: dinamico, sicuro di te (almeno apparentemente), brillante, spiritoso, estroverso, piuttosto invadente e anche un po' capriccioso, di sicuro testardo.
Mi colpisce allora lo sguardo mite e i modi remissivi che hai da un po' di anni a questa parte, da quando sappiamo della malattia che spegne di giorno in giorno, inesorabilmente il tuo cervello. E allora mi si è stretto il cuore quando ti sei svegliato dal riposino pomeridiano nella mia casa in campagna e hai cominciato a vagare guardandoti intorno tra il disperato e l'impaurito: “Sono frastornato! Ma…. dove sono?? Io non riesco a capacitarmi dove mi trovo? Ma ce l'ho ancora casa mia?” Così ho cercato di spiegarti, con la maggiore tranquillità che ho potuto, che ti trovavi nella casa dove trascorro le mie vacanze e dove tu, la mamma e mia sorella siete venuti solo per una breve visita.
Quindi mi è balenata l'idea di aprire il PC portatile e di farti vedere foto e video di famiglia dove tu, piano piano, hai riconosciuto volti familiari e ti sei anche un po' commosso. “Uh, guarda! La mia nonna! Povera nonna, come l'ho fatta dannare!” “Ah ecco, questo è lo zio Vincenzo.” “Qui eravamo giovani io e tua madre. Certo, ci siamo voluti molto bene!”
E così alla fine questo esperimento di due giorni in “trasferta” è andato bene, nonostante le ansie delle “guerriere”, come ormai ci chiamiamo noi tre donne della mia famiglia. Sono grata alla mia tenace sorellina che si è sobbarcata la fatica di portare genitori e cani durante i suoi due unici giorni consecutivi di riposo dal lavoro. Sono contenta che il fragile equilibrio famigliare abbia retto e spero che mia madre abbia avuto un po' di respiro dalla fatica e dal peso di caregiver h24 di un malato di Alzheimer. L'aspetta un periodo sempre più duro ma intanto questo momento di serenità tra noi ce lo siamo ritagliato.

sabato 29 luglio 2017

Se il burocrate si fa capire chi lo rispetta più?


Quando mi si chiede che lavoro faccio e sono in un periodo di particolare disamore verso il mio impiego (come questo), dopo aver pronunciato la lunga e risonante ragione sociale del mio ente (che di solito fa spalancare gli occhi), finisco per demolire lo stupore definendomi una "burocrate".
Anche Alfonso Celotto si definisce tale nella breve intervista rilasciata a La lingua batte di Radio 3 RAI. Celotto ha firmato con lo pseudonimo di Ciro Amendola un romanzo dal titolo "Non ci credo, ma è vero. Storie di ordinaria burocrazia. L'autore ha preso ispirazione dal suo quotidiano lavoro in Banca d'Italia e dice che la prima cosa che ha dovuto imparare è stata proprio quella di rispondere in maniera burocratica: "Codesti centrali uffici...", "Si fa riferimento alle note di cui a margine...", "Si trasmette un provvedimento omissato", ecc.
Si fa così perché si è sempre fatto, perché è il linguaggio degli iniziati e solo usandolo si è ritenuti importanti.
Come Manzoni parlava di latinorum per fregare i poveracci, oggi la burocrazia cerca di fregarci con l'inglesorum: non si sceglie un posto ma una location, l'esito non si riferisce ma si de-briffa, non si avvia una nuova azienda ma si apre una startup, anziché una riunione assai meglio "fare brainstorming in conference call con i partner".
E che dire delle sigle? La burocrazia ama le sigle, come quelle di suono futurista che contraddistinguono i ministeri: "Il MATTM ha chiesto al MISE, d’intesa con il MAECI, di verificare assieme al MIT e al MIUR la competenza del MIBACT sulle nuove procedure individuate dal MEF".
Da burocrate di provincia, sogno leggi chiare e dirette che mi aiutino nel mio lavoro ed invece subisco continue delusioni come quella del correttivo al codice degli appalti che sancisce roba come:

"All'articolo 36 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 1, le parole: "di cui all'articolo 30, comma 1, nonché del rispetto del principio di rotazione" sono sostituite dalle seguenti: "di cui agli articoli 30, comma 1, 34 e 42, nonché del rispetto del principio di rotazione degli inviti e degli affidamenti" ed è aggiunto, in fine, il seguente periodo "Le stazioni appaltanti possono, altresì, applicare le disposizioni di cui all'articolo 50." 

Ah, beh, ora sì che è tutto più chiaro!

Parentesi felice quella della nostra Costituzione che Concetto Marchesi volle scritta in un Italiano chiaro e accessibile a tutti: parole di uso comune, frasi mai più lunghe di venti parole, non più di una subordinata.  

sabato 17 giugno 2017

Prigioniero del corpo e di una non-vita

Conosco Enzo come una persona solare, sempre sorridente, pacifica. Impegnato da sempre a livello politico e sociale (e infatti l'ho conosciuto grazie all'ANPI), ha ricoperto cariche importanti nell'ARCI, è stato presidente di quartiere. Un distinto signore di 86 anni a cui è sempre piaciuto informarsi, leggere e anche partecipare. 
Da qualche mese ha avuto dei gravi problemi di salute di cui non conosco bene i particolari ma so che è stato a lungo ricoverato anche, per un periodo, in terapia intensiva.
In questi giorni la figlia mi avverte che è tornato a casa e quindi mi faccio coraggio e lo vado a trovare. 
Trovo un relitto dell'Enzo che conoscevo: costretto in un letto con le sbarre, pallido, dimagrito, con la barba incolta, con grandi difficoltà a parlare sia per la mancanza di denti sia a causa (così mi dicono) di un ictus, con mobilità limitata a causa del cannello che lo alimenta. Impossibilitato a mangiare e bere da solo, deve essere anche girato nel letto e cambiato perché ha perso il controllo degli sfinteri. Mi fa una tristezza infinita lì in quel letto, dipendente completamente dagli altri, lui che tutti i giorni si faceva la sua passeggiata, pur breve, per comprare il giornale. Sono sincera: non mi sembra una vita la sua anche perché, a quanto ho capito, le possibilità di recupero sono molto molto scarse.
Di solito durante le mie visite a casa sua per discutere di cose dell'ANPI, chiacchierava quasi solo lui, mentre oggi riesce solo a dirmi: "Voglio solo dormire e morire."

giovedì 15 giugno 2017

Una scelta coraggiosa da premiare


Mentre ci sono catene che propongono aperture h 24 (ne fa un bel reportage Gad Lerner in questa puntata di Operai), la Coop di Firenze va controtendenza e rinuncia alle aperture domenicali riducendole alla sola domenica mattina e in meno della metà dei negozi. 
Ciò è frutto di una lunga battaglia dei lavoratori ma va dato atto anche alla dirigenza di averla appoggiata. Lo spiega bene la presidente di Unicoop Firenze, Daniela Mori, nell'articolo: Soddisfare i bisogni, non forzare i consumi.
Non c'è nessun bisogno di fare la spesa a tutte le ore e tutti i giorni. Talvolta è capitato anche a me di tornare a Firenze la domenica pomeriggio e di avere il frigo vuoto. Lo confesso: ho approfittato di supermercati aperti e ho fatto la spesa settimanale.
Tuttavia è giusto che i lavoratori del commercio trascorrano la domenica con la famiglia e quindi la prossima volta mi organizzerò o mi arrangerò fino al lunedì ma non premierò le catene che terranno aperto.

venerdì 9 giugno 2017

Danza della pioggia

Che tristezza il torrente Mugnone in questi giorni! Tornando a casa a piedi non ho potuto a fare a meno di documentarne le condizioni. Non riesce nemmeno a sfociare in Arno arenandosi ben prima.
Questa siccità già all'inizio dell'estate mi crea ansia. Sono preoccupata per i miei alberelli in Lunigiana, ma soprattutto per le falde e per l'agricoltura.
Oggi una gallinella d'acqua con i suoi tenerissimi pulcini zampettava sopra queste acque verdastre e asfittiche.

Mi consolerò ammirando gli splendidi girasoli che colorano la piana fiorentina.

Chissà però quanta acqua c'è voluta per farli così belli! :-(