domenica 27 novembre 2016

Se ci sarà da dire NO, non mi tirerò indietro

Lo spettacolo dei Ginko Biloba alle Cascine
"Questi tuoi post sono da pieno riflusso!" mi dice mio marito (uno dei miei sparuti lettori). E' vero. Non tratto più di politica da tempo e nemmeno di attualità. Che devo dire? Che mi demoralizza apprendere che gli Americani abbiano eletto un presidente improbabile e detestabile sotto tutti i punti di vista? Che in Italia abbiamo un capo del governo che non è stato eletto e che è impegnato al massimo a far passare leggi dettate dai poteri forti? Che per la rivoluzione bisognerà attendere e parecchio visto che in tutto il mondo occidentale soffiano venti di razzismo e di difesa dei privilegi? Che devo fare? Scendere in piazza non serve più in questa società mediatica. Gli scioperi sono armi spuntate. I movimenti e le associazioni sono allo sbando. Non mi piace come sta andando il mondo e non mi sento in grado di poter fare niente per cambiarlo, ma soprattutto non ho voglia di investire tempo e aspettative per incassare ancora delusioni su delusioni.
Certo quando ci sarà da dire di NO (come il 4 dicembre) lo dirò, e lo farò finché campo, ma sono consapevole che, comunque vada, il giorno dopo l'andazzo sarà lo stesso se non peggiore.
Questo mio pessimismo cosmico mi porta a rifugiarmi nella natura. Solo osservando la natura capisco che l'umanità è una inezia. Per me il modello sono gli alberi, che crescono silenziosi e tenaci e regalano talvolta degli spettacoli incredibili come quello dei Ginko Biloba stamani camminando al parco delle Cascine. 


mercoledì 23 novembre 2016

Un mondo sul palmo della mano


L'altro giorno ho preso l'autobus senza mettermi le cuffie per ascoltare o vedere qualcosa. Così non ho potuto fare a meno di osservare i passeggeri che viaggiavano con me. Incredibile come la stragrande maggioranza fosse a capo chino sullo smartphone. Chi, non essendo di Firenze, seguiva il percorso per capire dove scendere. Due ragazze entrambi dotate di auricolari si mostravano l'un l'altra video, foto o messaggi. Una signora di una certa età chattava con caratteri cubitali, tali da poter sbirciare, con un'amica e le scriveva per scusarsi di essere in ritardo e di pregarla di entrare a prenderle il posto. Una ragazza guardava un video insignificante. Una giovane donna mostrava di annoiarsi cambiando schermata continuamente e alla fine aprendo una chat in WhatsApp con scritto semplicemente: "Che fai?"
Mio figlio ventenne quando gli ho descritto questo quadro mi ha chiesto: "E che male c'è? E' normale! In fin dei conti anche tu ti senti i podcast sull'autobus?"
E' vero ma non su uno smartphone, sarei continuamente distratta dalla possibilità di comunicare.
Ma il mio non vuole essere un giudizio morale. E' una constatazione di come questo apparecchio ha rivoluzionato le nostre vite. Abbiamo un computer in tasca, più veloce e più performante dei computer che abbiamo avuto finora. Un filo che ci lega al mondo intero e che ci permette cose che neanche ci immaginavamo noi, che non siamo nativi digitali.
Chiedere all'autista aiuto per sapere quando scendere? E perché? C'è Google map! Cambiare all'ultimo momento luogo e ora di un appuntamento? C'è WhatsApp!
Senza contare sapere al volo se un locale è aperto o chiuso, a che ora parte il prossimo treno prima ancora di essere in stazione, se c'è coda per entrare in autostrada e mille altre comodità che rendono la vita facile.
E che dire della possibilità di seguire i figli ovunque siano? Ieri a mezzanotte abbiamo seguito in diretta la lite su WhatsApp tra i miei due perché uno aveva lasciato lo scooter senza benzina. 
Abbiamo solo da guadagnare da questo sottile parallelepipedo che contiene il mondo? Questo mondo che ci bombarda continuamente di informazioni e notizie anche se non gliele abbiamo chieste? Oppure ci stiamo perdiamo quei momenti di vuoto e di noia, tipici delle attese, le code, i viaggi sui mezzi pubblici, momenti che servivano a rielaborare i nostri pensieri e chissà forse a farci venire delle idee o forse a crescere e a maturare? Chi lo sa?! 

PS intanto io, come l'ultimo Giapponese sull'isola, resisto.

domenica 20 novembre 2016

Un anno in cammino

Camminando sull'argine del canale
Alla fine della mia giornata di lavoro in ufficio ho la testa che mi ribolle a forza di concentrarmi nel risolvere le piccole e grandi magagne della burocrate pubblica. Talvolta sono anche nervosa a causa delle interazioni con i colleghi. Talvolta ne ho piene le tasche di spiegare le stesse cose a mille persone che non mi ascoltano.
Così non vedo l'ora di infilarmi le scarpe comode, le cuffie sulle orecchie, accendere l'mp3 ed incamminarmi verso casa. 
E allora tutto mi pare più semplice o comunque non così drammatico come sembrava poco prima. Il cielo di colore sempre diverso, i cavalli che pascolano, gli uccelli che mi svolazzano intorno, garzette, aironi, piropiro, germani. L'acqua del canale che scorre, gli alberi che hanno messo i fiori, i funghetti nati sull'argine, il canneto, i tramonti.
La mia ora di libertà e di pace: il mio cammino fino a casa. Quasi sette chilometri in piano, circa 80/90 minuti, col caldo, col freddo, col sole, col vento e, perchè no, anche con la pioggia. Raccogliendo, quando mi è possibile, lattine, bottiglie di vetro e di plastica per buttarli al primo cassonetto. Un piccolissimo contributo per rendere il mondo un po' più pulito. Ascoltando audiolibri, podcast di Fahrenheit, Wikiradio, La lingua batte, conferenze del Festival della mente e tante altre cose che mi arricchiscono la mente mentre il mio corpo si allena e le tensioni si scaricano.
Tre volte la settimana (salvo contrattempi), il lunedì, il mercoledì e il venerdì, alle quali si aggiunge la camminata più lunga la domenica.
Oggi è un anno che mantengo il mio proposito, con pochissime eccezioni. Ormai è diventato un bisogno fisico che mi manca tantissimo quando sono costretta a saltare. Spero faccia bene alla mia salute fisica ma di sicuro fa bene al mio morale.

Qui gli album cominciati l'anno scorso con arricchimenti successivi:

Percorso 1

Percorso 2 

domenica 13 novembre 2016

#facciamocispazio

Il nostro paese pullula talmente tanto di comitati e associazioni che c'è materiale per un bel po' di tesi di sociologia. Chissà se è normale questo proliferare di movimenti dal basso che si prendono a cuore un quartiere, una strada, una valle, una piazza, un giardino, ecc.
Da un lato destano ammirazione queste persone che spendono tempo ed energie per fare qualcosa che esula dal proprio tornaconto personale. Penso alle Mamme No Inceneritore che dopo manifestazioni, conferenze, concerti e proteste varie hanno visto bloccata dal TAR la costruzione di un inceneritore tradizionale in una piana già avvelenata da tante infrastrutture pesanti. Davvero tanto di cappello!
Tuttavia non tutti i comitati mi piacciono. Nel mio quartiere c'è un'associazione "contro il degrado" che ha dei toni un po' leghisti e fascisti (non a caso pare sia frequentata da neofascisti). Quando sento mantra del tipo "vogliamo le telecamere, vogliamo più forze dell'ordine" per poi arrivare "questi stranieri fanno casino, sono sempre ubriachi, ho paura per mia moglie, mia figlia, ecc.", drizzo le antenne e me ne sto alla larga.
Invece quelli dell'associazione giardino di San Jacopino mi piacciono. Ho partecipato a loro eventi e ho visto la volontà di socializzare anche con culture diverse e di creare un quartiere sereno ed accogliente per tutti. Ho partecipato alle loro riunioni e li ho visti molto impegnati fino a sera tardi per migliorare questo giardino pubblico non come spazio proprio ma come spazio di tutti. 
Anche loro si dichiarano apartitici (altra definizione che mi fa drizzare le antenne) tuttavia sanno stare lontani da realtà populiste e fasciste perché, un conto è essere autonomi dai partiti, un conto è la becera antipolitica fine a se stessa.

Sabato ho marciato con loro per le strade del quartiere, con i palloncini e gli striscioni fatti a mano, con bambini e passeggini per chiedere più verde nel quartiere, stop alla speculazione edilizia, più spazi sociali di aggregazione, più piste ciclabili.

Ecco alcune immagini della manifestazione

giovedì 10 novembre 2016

Ma la pesca birindella vuole o no i tagli di ritorno?

Potatuta a vaso o a piramide?
Gemme apicali, ascellari o avventizie?
Succhioni e polloni vanno eliminati?
Una pianta si dice vigorosa quando è ricca di gemme vegetative o di gemme produttive?
Come si distingue la lamburda dal brindillo e dal ramo misto?
Quando è il caso di fare tagli di ritorno?
Quali specie si possono riprodurre per talea trapiantando i polloni?
Qual è il tempo di carenza della poltiglia bordolese, del macerato di ortica o del silicato di sodio?

Queste domande non mi suonano più strane dopo il corso a cui ho partecipato sabato scorso presso i Vivai Belfiore sul frutteto familiare biologico. Un posto splendido, sulle colline a Sud-Ovest di Firenze tra boschi e vigneti. Un'azienda che si occupa principalmente della salvaguardia e della vendita dei frutti antichi (che, come ci hanno spiegato, sono quelli utilizzati prima del 1850). Molto attenti ad utilizzare trattamenti naturali, come appunto la poltiglia bordolese, la propoli, il macerato di ortica, il silicato di sodio, al vivaio offrono anche un pranzo delizioso, con ingredienti della nostra regione e ricette raffinate. Curatissimo l'ambiente anche nei particolari (come il bel mazzo di elicrisio che profuma i bagni).
Il melograno vuole l'impollinazione incrociata
Quello della frutticoltura è tutto un mondo che neanche ci immaginiamo e quella della potatura un'arte che non si impara certo in un giorno. Tuttavia non vedo l'ora di provare i consigli che ho acquisito sul mio frutteto (finora trattato in modo assolutamente naturale cioè con trattamenti zero).


domenica 6 novembre 2016

4 novembre 1966, io c'ero ma...

In questi giorni tutti rievocano l'alluvione di Firenze di cinquant'anni fa. La retorica degli angeli del fango, le testimonianze dirette, la città che seppe rimboccarsi le maniche e autorganizzarsi senza aspettare gli aiuti nazionali che ritardarono tantissimo.
Stamattina camminavo lungo l'Arno al Parco delle Cascine. L'acqua marrone del fiume scorreva veloce sotto un cielo plumbeo. Alla pescaia si ammirava tutta la forza impetuosa della massa dei flutti e si poteva avere un piccolo assaggio di cosa poteva essere cinquant'anni fa.
Io non avevo neppure quattro anni e abitavo al settimo piano di un palazzo nella periferia Nord di Firenze dove la piena non arrivò. Ho un vago ricordo però di allarme e concitazione tra i miei genitori, con mio padre che voleva andare a vedere cosa fosse successo e mia madre che non voleva che lui uscisse di casa. Non so bene se è un ricordo diretto o frutto di racconto successivo, tuttavia pare che quando vidi mio padre prepararsi per uscire, corsi a mettermi i miei stivaletti di gomma per andare con lui. Mi bloccarono sulla porta con la scusa che li avevo messi al contrario e mio padre mi lasciò a casa.
Mi spiace un po' non avere ricordi di un evento importante per la mia città tranne il fatto che in quel periodo mancava spesso l'acqua dai rubinetti e saltava la corrente.
Certo, fecero bene i miei genitori a non farmi correre rischi. Tuttavia nei giorni seguenti, passato il pericolo, avrebbero potuto portarmi a vedere la città devastata dal fango. Avrei avuto anch'io il mio personale ricordo dell'alluvione.

venerdì 4 novembre 2016

Ciao zio Roberto!

Quando ero piccola ricordo che ti prendevano in giro tra cognati perché nascondevi la tua precoce calvizia sotto una parrucca. E poi, non mi ricordo a causa di quale episodio di presunto snobbismo, ti soprannominarono "il conte". Eppure eri una persona semplice, come tutti i mariti che le numerose sorelle di mia madre si sono trovate una volta migrate, da Palermo, nel capoluogo toscano.
Ricordo la tua bella risata sonora ed anche il sorriso un po' smarrito che avevi l'ultima volta che ci siamo visti, qualche mese fa, quando l'Alzheimer aveva già devastato la tua vita e quella della tua inseparabile Italia, oggi affranta dal vuoto che hai lasciato.
Ciao, zio! Riposa in pace!