martedì 31 dicembre 2013

Da "senza tetto" a "senza dimora"

Le persone si dovrebbero definire per ciò che sono, non per ciò che non hanno. Chiamare quindi "senza tetto" o "senza dimora" è già sbagliato di per sé.
Girolamo Grammatico cominciò facendo il servizio civile in un istituto di accoglienza notturna. Da questa esperienza decise di fare volontariato in questo campo ed oggi è  presidente dell'associazione di promozione sociale "La casa di cartone."  
Intervistato a Fahrenheit Radio 3, Girolamo Grammatico spiega che molte persone comuni corrono il rischio di diventare "senza tetto", cioè di perdere la casa: basta avere un mutuo da pagare, perdere il lavoro e non ritrovarlo entro sei mesi. La dimora non è solo la casa ma anche il sistema di relazioni sul quale molti di noi possono contare. 
Col tempo tuttavia può capitare che si perda anche questo punto di riferimento e da "senza tetto" si diventi "senza dimora".
I "senza dimora" sono circa il 2 per mille della popolazione italiana, circa 50.000 persone, ma nelle grandi città il fenomeno arriva a interessare l'1% degli abitanti. Girolamo Grammatico invita a non focalizzarsi tanto su quella minoranza visibile nelle stazioni in quanto la maggior parte di queste persone sono in realtà invisibili, hanno un aspetto dignitoso e nascondono la loro condizione perché se ne vergognano. Spesso si tratta di cinquantenni, troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per cercare lavoro. Il mito del barbone è fuorviante: si tratta di persone normali (talvolta anche laureati o ex imprenditori) che si sono impoverite.
Il primo problema di chi perde la casa è quello di non avere la residenza perdendo così un'identità sociale, il diritto di votare e di avere dei servizi. Si diventa quindi un oggetto, un corpo che si trasforma in "casa" in quanto ci si porta addosso tutto quello che si ha. Il "senza dimora" è colui che, essendo in strada da tanto tempo, non ha nessuno: la sua solitudine è amplificata all'ennesima potenza.
La mancanza di igiene favorisce particolarmente le malattie dermatologiche come sperimenta l'Istituto San Gallicano di Roma il quale ha constatato che dopo sei mesi le probabilità di rientrare nel tessuto sociale sono bassissime. Bisogna quindi intervenire strutturalmente prima che accada il peggio.
In questi anni Girolamo Grammatico ha visto la spettacolarizzazione del problema (tipico fare audience con la morte dei barboni per il freddo), ma non ha visto grandi cambiamenti.  "Si può discutere delle definzioni linguistiche quanto si vuole," dice "ma quello che serve sono casa e lavoro". 
Mentre in tutto il mondo si sta sperimentando il progetto housing first, In Italia si ignora tranquillamente il problema visto che riguarda persone per lo più invisibili. Eppure abbiamo 13 milioni di edifici di cui 11 ad uso abitativo, 9 appartamenti per ogni nuovo nato, tanti appartamenti sfitti da  riempire l'intera Svizzera, mentre le persone che avrebbero bisogno sono molte di meno.
Non è per buonismo, ma perché un giorno potrebbe capitare anche a noi.
Buon 2014!

domenica 29 dicembre 2013

Iperconnessi

Da un piccolo campione di giovani intervistati in un centro commerciale: "Quanto tempo sto su internet? Praticamente tutto il giorno."
"Quanti social network conosco? Mah, direi una quindicina [!!]. Più ce ne sono, meglio è."
"La sera torno a casa, accendo la mia consolle e vedo connessi gli amici."
"Quanti contatti hai? 20.000?" "Anche di più!"
"Vado a dormire col computer e mi sveglio con il computer. Il fidanzato? Non ce l'ho. Diciamo che internet è il mio fidanzato." 
Per una della mia generazione, che conosce un "prima" ed assiste a tale cambiamento, l'impulso è di scandalizzarsi.
Tuttavia internet è uno strumento e come tale non è mai la causa né del bene, né del male. Come ogni nuovo mezzo è liberante e assoggettante nello stesso tempo. 
Ricordo bene quanto mi sentivo sola da adolescente, costretta in casa dall'ansia paterna, quando i miei amici al massimo li potevo raggiungere col telefono di casa controllata a vista da mia madre perché non spendessi troppo di bolletta. Magari avessi avuto internet, facebook, twitter, Skype, WhatsApp e compagnia bella! Sarei stata assai meno infelice. Eppure avrei avuto meno tempo per pensare. Passavo tanto di quel tempo con i miei pensieri, a meditare, a rimuginare, a farmi seghe mentali. Chissà se è servito o se sarebbe stato più utile chattare online!
Internet non crea esigenze ma amplifica ciò che già c'è: la voglia di comunicare e, soprattutto, la voglia di "apparire".
Questo il tema della puntata di Pane Quotidiano RAI3, con ospiti Loredana Lipperini, storica conduttrice di Fahrenheit, titolare del blog Lipperatura e autrice, con Giovanni Arduino, di "Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web", e Francesco Costa, giornalista del quotidiano online Il Post e titolare anche lui di un seguitissimo blog
Due ospiti che con internet ci lavorano quindi e difatti ammettono di stare parecchie ore in rete. Pur tuttavia hanno le loro strategie di difesa: Loredana Lipperini non usa lo smart phone, concedendosi così momenti di "silenzio tecnologico", e Francesco Costa confessa che se deve scrivere preferisce staccare la rete per permettere la concentrazione opportuna.
Non so se i ragazzi sappiano difendersi dall'invasività dell'iperconnessione tanto che solo metà dei giovani presenti tra il pubblico afferma di staccare internet quando studia.
D'altra parte la rete permette di apparire, garantisce la nostra "microfama": da "penso dunque sono" a "ho tanti «mi piace» quindi esisto", mentre i colossi di internet sfruttano questa esigenza per fare miliardi, captando dati e preferenze a fini commerciali.
Per gli adolescenti la propria identità è drasticamente legata all'oggetto smart phone tanto che, se esso si rompe, ci si sente "morti", tanto che se un ragazzo, come mio figlio maggiore, sceglie di uscire da Facebook, è costretto a rientrarci se vuole rimanere in contatto con i suoi amici.
Secondo Loredana Lipperini, non si tratta di un gap generazionale in quanto gli adulti che sono sui social network hanno gli stessi comportamenti, se non peggiori, dei giovani. L'aggressività, per esempio, è molto più presente e più pesante da parte degli adulti.
Insomma la tecnologia bussa alla porta, corteggia, invade, ammicca, adula. Difficile resistere anche per mia madre, 73 anni, mai usato il computer in vita sua e ora felicemente irrimediabilmente iperconnessa con il suo nuovo smart phone.

giovedì 26 dicembre 2013

Da grande vorrei fare l'avvocata

Il sessismo linguistico è un atteggiamento che si rivela in abitudini  stereotipate e cristallizzate nella lingua, di cui spesso non ci si accorge, ma che, ad un'occhiata un po' più attenta, vengono fuori. La scelta delle parole non è solo forma ma rivela anche la mentalità che sta dietro al parlante o allo scrivente.
Ho preso consapevolezza di quanto sia sessista il linguaggio comunemente usato quando ho sentito un paio di interventi illuminanti in questa vecchia puntata di La Lingua Batte, un programma Radio 3 RAI molto carino ed interessante.
Per la rubrica Dice il saggio, Cecilia Robustelli, insegnante di linguistica italiana all'Università di Modena e Reggio Emilia e collaboratrice dell'Accademia della Crusca, ha illustrato le Linee guida per l'uso del genere nel linguaggio amministrativo, un lavoro pubblicato dal Comune di Firenze per unire esigenze comunicative e istituzionali ad esigenze linguistiche di rispetto dell'uso del genere.
Se usare il maschile plurale per intendere incluse anche le donne non prevede alternative praticabili, sarebbe invece auspicabile, per un uso della lingua italiana che tenga conto del rispetto delle donne ed anche del funzionamento della lingua medesima, usare il femminile ogni volta che è possibile, ma questo non viene fatto, spesso neanche dalle donne. E' una cosa a cui sto facendo caso da un po' di tempo e che mi dà assai fastidio.
Cecilia Robustelli fa alcuni esempi: così come si dice impiegata si può dire deputata, così come si dice ragioniera si può dire ingegnera, così come si dice coniglietta si può dire architetta. Le parole ci sono ma la nostra cultura ci trattiene da usarle anche a causa del fatto che certe professioni e posizioni occupate dalle donne sono considerate ancora (ancora!) una curiosa novità.
La linguista si riferisce a sua volta ad un testo che risale ben al 1987, "Il sessismo nella lingua italiana",  nel quale Alma Sabatini, una pioniera del rinnovamento linguistico in nome del genere, inserì una serie di raccomandazioni per ovviare alle discriminazioni di genere nella nostra lingua, molte delle quali però vennero ignorate, come, per esempio, quella di non usare l'articolo davanti ai cognomi di donne.
Nella rubrica Accademia di arte grammatica invece, Fabiana Fusco, che insegna Glottologia all'Università di Udine ed autrice di "La lingua e il femminile nella lessicografia della lingua italiana tra stereotipi ed invisibilità", sconsiglia di declinare il femminile con il suffisso essa che ha sempre una sfumatura negativa o per lo meno ironica, ad eccezione delle forme ormai entrate nell'uso come professoressa, studentessa e dottoressa. Per esempio, perché usare il bruttissimo il termine avvocatessa mentre esiste quello di avvocata, che ha anche l'antico significato di protettrice e rende più prestigiosa tale professione?
Alcune donne affermano di usare il maschile per la propria definizione professionale come segno di un'equità raggiunta. A me invece suona di omologazione ed al contrario penso che usare il femminile rivendichi la conquista raggiunta. Così come Fabiana Fusco ci fa riflettere sull'asimmetrica semantica, cioè la differenza di significato, tra maestra e maestro o segretaria e segretario. Perché l'ostetrico deve essere un medico mentre l'ostetrica una semplice infermiera?
Non vorrei più sentire i media che usano espressioni come "il ministro Maria Chiara Carrozza" o "il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini" che sono oltretutto forme grammaticalmente scorrette.
Mi piacerebbe invece che una bambina di oggi potesse desiderare da grande di fare l'amministratrice unica, la segretaria generale, la consigliera comunale, l'assessora, la sindaca, l’avvocata, l’architetta, la chirurga, l’arbitra, l’ingegnera, la magistrata, la prefetta, la rettrice dell’Università, la notaia, la dirigente, la giudice, la magistrata, la vigile, la ministra, la presidente, la corrispondente, la manager, la parlamentare, la deputatala, la cancelliera.

Comunicato stampa dell'Accademia della Crusca sul tema

domenica 22 dicembre 2013

Ne vale la pena?

"Cosa ci può interessare in quali condizioni stanno i detenuti nelle carceri italiane? Abbiamo già i nostri problemi. Se la sono cercata: è giusto che marciscano in cella. Lavoro per i detenuti? Figuriamoci, non ne abbiamo neanche per noi e soprattutto per i nostri figli!"
Io penso invece che, al di là che il rispetto dei diritti umani ci vuole sempre e comunque, senza considerare che il 40/45% dei detenuti sono in attesa di giudizio e che quindi potrebbe essere innocente e che pertanto potrebbe capitare anche a noi e ai nostri cari, senza pensare che un detenuto costa 300 Euro al giorno allo Stato, non ci convenga assolutamente reimmettere in libertà (perché comunque prima o poi questo accade) una persona divenuta più cattiva di prima. Allora sì che sarebbe un pericolo e un danno per tutti noi che ci sentiamo "dall'altra parte".
Detto questo, il problema delle carceri è enorme ed è anche strettamente collegato al funzionamento della giustizia che, come al solito, è congegnato in modo che chi ha soldi in carcere non ci andrà mai, mentre più si è poveri più è facile finirci.
Personalmente, visto che per fortuna non ho avuto mai a che fare direttamente con il mondo carcerario, mi limito a segnalare spunti interessanti che mi sono venuti indirettamente da questa realtà.

Per esempio, durante l'ultimo campo antimafia che ho fatto in Puglia ci è venuto a trovare il giornalista Danilo Lupo che è stato finalista al premio Ilaria Alpi con un bel documentario sul carcere di Lecce, il terzo carcere più grande al Sud dopo Palermo e Napoli, dal titolo Dietro le sbarre.
Progettato per 620 persone, il carcere di Lecce è arrivato a contenerne fino a 1500. In una cella di 11 mq compreso il bagno, pensata per una persona, ci vivono in tre. L’acqua, che spesso manca anche nelle giornate più calde, dovrebbe essere potabile ma esce dai rubinetti piena di ruggine. Due terzi dei detenuti fa uso di psicofarmaci (la sanità carceraria tende a sedare, a stordire i sintomi). L’assistenza ai detenuti è uno dei vincoli più forti che li tiene legati all’organizzazione criminale.

Se c'è una cosa che può contribuire al recupero dei detenuti è proprio il lavoro, non tanto come riempitivo del tempo, quanto come strumento per crescere. Il lavoro dà dignità, li responsabilizza, li fa sentire parte attiva della società. Purtroppo ciò riguarda una piccolissima parte parte dei detenuti (qualcosa come poco più di un migliaio su 65.000), come ci raccontava, durante un altro campo antimafia che ho fatto, Giuseppe Pisano, rappresentante della cooperativa L’Arcolaio che produce nel carcere di Siracusa dolci di pasta di mandorle (buonissimi!)  chiamati “Dolci evasioni”, esperienza di cui si può vedere una presentazione su RAI1.
Un'altra splendida esperienza di lavoro carcerario (che continua oggi solo in parte a causa dei tagli alle spese) è quella nell'isola di Gorgona che è stata presentata a Fahrenheit Radio 3 dal direttore Carlo Mazzerbo, coautore con Gregorio Catalano, del libro Ne valeva la pena.
L'intervista a Mazzerbo mi ha ricordato gli anni in cui frequentavo l'isola di Capraia, sede anch'essa in quel periodo di una colonia penale che io immaginavo un po' come quella del film Papillon.
Carlo Mazzerbo, direttore del carcere di Gorgona del 1989 al 2004, ha cercato di applicare la legge Gozzini del 1975 coinvolgendo i suoi 120-130 detenuti in un esperimento di lavoro come forma di rieducazione. Sull'isola si realizzavano lavori agricoli, edili, di falegnameria, panetteria, acquacoltura, ecc. Vi era ampia scelta che permetteva di trovare per ciascuno di loro l'attività giusta che li facesse acquisire consapevolezza delle proprie capacità. L'importante era coinvolgere i detenuti nella gestione dell'isola, responsabilizzarli e favorire così un processo di maturazione che rendeva loro stessi in primis attori del loro reinserimento. 
"Per la prima volta ho visto lo Stato che mi ha dato fiducia" ha detto al direttore un detenuto contabile che è voluto rimanere anche dopo aver finito di scontare la pena.
Il lavoro di queste persone era remunerato secondo tabelle del ministero di giustizia con paghe più basse di quelle consuete ed essi potevano disporre solo di una parte del compenso (mentre l'altra era vincolata per quando sarebbero uscite).
Un'esperienza esaltante ma non priva di sconfitte e soprattutto forse applicabile solo in una realtà piccola e isolata come Gorgona.
Senza dubbio però essa dimostra che, se si vuole, si può applicare l'articolo 27 della nostra Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". 

giovedì 19 dicembre 2013

Il mecenate, l'architetto e il tempo

Leon Battista e Giovanni. L'architetto colto e brillante e il mercante saggio e illuminato. Entrambi con la stessa visione della vita. L'uno fornisce l'idea, il pensiero, il progetto, l'altro i fondi. Nascono così, da questa amicizia, il palazzo Rucellai, la facciata di Santa Maria Novella, il tempietto del Santo Sepolcro.

Leon Battista era figlio illegittimo di un mercante fiorentino in esilio a Genova e di una nobildonna genovese. Il padre, pur non sposando la madre, assicurò comunque al figlio un'istruzione di tutto rispetto. Leon Battista Alberti visse una vita di girovago a seguito di Papa Eugenio IV presso il quale era "abbreviatore apostolico", cioè ghost writer del Papa, compito di grande responsabilità ma di modesta remunerazione.

Giovanni Rucellai era un ricco mercante fiorentino. Possedeva un patrimonio notevolissimo, tanto che era il terzo contribuente della Firenze del Quattrocento. Tuttavia Giovanni rimase sempre lontano dalla politica della sua città e salvò così la sua famiglia dal seguire il suocero, Palla Strozzi, condannato all'esilio perpetuo. Il suo agire defilato gli permise qualche anno più tardi di mettere a segno il colpaccio: far sposare il figlio Bernardo con una Medici.

Leon Battista e Giovanni si conobbero in occasione del Concilio che si tenne a Firenze nel 1439 e subito si trovarono in sintonia. Tale comunanza spiega perché il Rucellai accettasse l'assenza dell'Alberti dai cantieri a causa della sua concezione piuttosto moderna del compito dell'architetto e cioè che esso dovesse solo fornire l'idea, il progetto, ma lasciare ad altri l'esecuzione dei lavori (al contrario di quello che faceva il Brunelleschi). Scrisse l'artista nel De re aedificatoria: "E’ dunque condotta saggia il conservare la propria dignità; a chi ce ne fa richiesta è sufficiente fornire consigli sinceri e buoni disegni. Se poi ti proponi di esser tu stesso direttore ed esecutore del lavoro, quasi sempre accadrà che tutti i difetti e gli errori in cui, o per inesperienza o per incuria, sono incorsi gli altri, siano attribuiti a te solo. Questi lavori devono essere affidati a maestranze abili, caute, rigorose, che sappiano eseguire ciò che è necessario con accuratezza, impegno e assiduità".

Giovanni Rucellai, rifugiatosi nel 1457 a San Gimignano per sfuggire alla peste, cominciò a scrivere un diario, lo Zibaldone, che egli chiamò “un’insalata di più erbe” e che era destinato ai suoi figli, Bernardo e Pandolfo, in modo che potessero trarre insegnamento dalla sua esperienza e consigli sulla gestione della famiglia, sui rapporti con i terzi, sul comportamento negli affari. Nello Zibaldone Giovanni esorta a tenere conto del tempo, una delle cose più preziose nella nostra vita e pertanto da non sprecare. Stesso concetto che ritroviamo nei Quattro Libri della Famiglia di Leon Battista Alberti (che in realtà non si sposò mai).

(Spunti da una visita guidata della dr.ssa Marza Garuti per gli Amici dei Musei)

domenica 15 dicembre 2013

Tiggì tiggì

Non ho ricordanza dell'ultima volta in cui ho visto un telegiornale per intero, mentre l'ultima in cui ne ho vista una porzione penso che risalga ad agosto scorso in campagna, dove non ho la rete. Dal mio punto di vista è facile dedurre che ormai i telegiornali abbiano un'importanza relativa.
Tuttavia ci pensa Alberto Baldazzi, giornalista esperto dei mezzi e dei flussi di comunicazione, a smentire la mia sensazione con il suo Almanacco dei Tg 2012-2013. Un anno di vita italiana attraverso l'informazione di prima serata di cui parla a Fahrenheit Radio 3.
Alberto Baldazzi, secondo un'idea nata quattro anni fa all'interno di Articolo 21, ha monitorato quotidianamente le notizie dei TG (lavoro che egli non consiglia a nessuno tale è la depressione e la nevrosi che provoca). Risulta palese quanto sia deformante la lente della televisione italiana, ma anche quanto essa sia ancora la fonte principale con la quale l'opinione pubblica si forma. Quello che ho capito dai numeri che Baldazzi fornisce durante l'intervista è che sia ha un bel dire della rete, dei social network e compagnia bella: è stato rilevato che solo il 17% di ciò che viene fruito in rete ha attinenza con l'informazione. Il resto è legato all'ala dell'intrattenimento e del gioco. Un giocattolo per adulti con utilizzi abbastanza infantili. Pensandoci bene, ciò non mi meraviglia affatto.
Non parliamo poi dei giornali cartacei: le 3,5 ML di copie di tutti i quotidiani venduti sono paragonabili ad un TG dei meno seguiti all'ora di pranzo. Non c'è partita. E tra l'altro, i quotidiani vivono in parte consistente di riflesso rispetto alla TV se si pensa alle rassegne stampa o alla partecipazione dei commentatori alle trasmissioni.
Il TG di prima serata mantiene una sua dimensione quasi luturgica in molte case, che ricorda a molti di noi (a me per prima) quel momento di impatto con la realtà quando la famiglia era riunita intorno al desco la sera. Si parla di picchi di ascolto di 25 ML di cittadini italiani.
Riguardo alla qualità dell'informazione televisiva, cascano le braccia. E' vero che in tutto il mondo l'informazione deve fare i conti con una problematica mercantile (cioè con gli inserzionisti pubblicitari) ma ciò viene compensato dal fatto che, negli altri paesi, quella del giornalista viene considerata una professione liberale a cui viene chiesto conto riguardo a correttezza e indipendenza.
Da noi, non solo il giornalista raramente interpreta il suo lavoro in termini professionali, ma ciò si va ad aggiunge ad un conflitto di interesse vigente da anni e ad una governance del servizio pubblico che fa acqua da tutte le parti.
Tra l'altro, in Italia la TV, unico vero mezzo pervasivo di informazione, assolutamente determinante nella formazione della coscienza dei cittadini, mescola intrattenimento e informazione infarcendo i TG di gossip e di quello che chiamano infotainment, cerca di confondere le menti di chi la segue e, approfittando dell'ignoranza e della fretta dello spettatore medio, fa passare una realtà deformata. In TV c'è tutto e il suo contrario. Difficile pensare che ci sia qualcosa che sta fuori della TV.

martedì 10 dicembre 2013

L'oasi in inverno

Terzo finesettimana di corso all'oasi WWF. Stavolta è stata dura a causa del freddo, soprattutto sabato, quando la nebbia non ci ha mai abbandonato.
Ciò nonostante ho impiantato alcuni alberelli da frutto (meli, peri, ciliegi e cachi), ho ripulito qualche vecchio mattone che servirà a ristrutturare una casetta destinata a ricovero per animali, ho partecipato al consueto censimento degli uccelli (moriglioni, alzavole, mestoloni, tuffetti, germani, folaghe, svassi maggiori, una poiana e qualche cormorano) ed infine ho raccolto semi di acero.
Gli stagni apparivano piuttosto deserti probabilmente perché gli uccelli se ne stavano rintanati tra il canneto per il freddo oppure ammassati nel punto più riparato a prendersi i pochi raggi di sole :

L'oasi è collocata vicino alla discarica di Case Passerini, che per noi fiorentini suona come sinomino di rifiuti, ma un tempo era la tenuta dei conti Passerini con l'ultimo residuo della palude originaria della piana. La discarica è ormai esaurita e costituisce una collinetta sormontata da prativi e da alcuni alberi. Qui il direttore dell'oasi ha battagliato per far realizzare un muretto di pietre a secco che costituisce un rifugio per gli animali: praticamente l'unica cosa viva della discarica.


La nebbia avrà anche il suo fascino ma per quanto mi riguarda è stata una sofferenza la partecipazione al corteo di protesta contro la realizzazione dell'inceneritore (a 200 metri dall'oasi!) e contro l'ampliamento dell'aeroporto.

venerdì 6 dicembre 2013

L'autista del bus: difensore di privilegi o ultimo baluardo contro il liberismo?


Ieri, giornata di sciopero dell'ATAF contro la sua privatizzazione, i lavoratori dell'azienda di trasporto pubblico hanno fatto saltare anche le corse nelle fasce garantite. Oggi, arrivata alla fermata, ho appreso dalla palina che il servizio è soppresso per sciopero ad oltranza.
Premesso che non so tutti i risvolti della vicenda e non mi piace parlarne senza conoscerli (come fanno tutti), mi limito a dubbi e spunti di riflessione che mi provocano sentimenti contrastanti:
  • sono anni che si parla di privatizzazione dell'ATAF e sono anni che i lavoratori protestano ma se non fossero arrivati a gesti come questo (Genova docet) quanti si sarebbero accorti della questione?
  • le fermate pullulano soprattutto di studenti che al gelo aspettano invano. Che colpa ne hanno questi ragazzi?
  • nel mio posto di lavoro sono arrivati tutti tranquillamente. Bella forza: a parte gli studenti, gli stranieri e gli anziani (cioè i deboli) chi prende più l'autobus? Sospetto che il disagio creato sia ben al di sotto di quello che si poteva prevedere (anzi, i tassisti brindano) e che si tocchi così con mano quanto poco si sia puntato al trasporto pubblico.
  • in una società in cui sembra di non poter smuovere niente, in cui sembra non ci sia modo di fermare il trend liberista, qualcuno prova a fermare il processo. I lavoratori di Poste Italiane sono accampati da un mese davanti al vicino centro di smistamento contro la vendita della loro azienda, ma chi se n'è accorto?
  • i bus della società dell'interland stanno circolando tranquillamente: i lavoratori sono già "privatizzati" e infatti hanno condizioni di lavoro assai peggiori dei dipendenti ATAF. Forse quest'ultimi stanno solo difendendo privilegi?
Sono dubbi a cui non mi so dare una risposta.

mercoledì 4 dicembre 2013

Ore 17:00


Il sole tramonta tra gli alberi quasi spogli del Parco delle Cascine, ma la mia giornata non è certo finita.

(e iscirversi a tweeter?)

martedì 3 dicembre 2013

Ore 7:20


Esco di casa e mi incammino per andare a prendere il bus che mi porterà al lavoro. 
Comincia la mia giornata.
Buon giorno!

(praticamente un tweet!)

sabato 30 novembre 2013

Ma perché dovrei essere antifascista?

Perché l'antifascismo, la difesa della democrazia e della Costituzione repubblicana non affascinano i giovani? Come è possibile che una democrazia così giovane abbia smarrito i germi dell'antifascismo, del senso democratico, del senso delle istituzioni? Dove abbiamo sbagliato come educatori?
Sono le domande che ci pone Raffaele Mantegazza, docente di pedagogia interculturale all'Università Bicocca di Milano, intervenuto ad un convegno dell'ANPI dal titolo "Neofascismo e neonazismo: un problema politico, culturale, educativo - Quali i rischi per i nostri giovani? Come prevenirli?", che consiglio caldamente di rivedere qui.
Raffaele Mantegazza, con la sua simpatia e il suo tono coinvolgente, fa porre ad alcuni giovani cinque domande che egli ha individuato come le più frequenti quando va nelle scuole a parlare di antifascismo, di resistenza e di Costituzione.

- Continuate a parlare di Resistenza, di fascismo, di nazismo e dite che di queste cose dovremmo interessarci. Ma come possono interessarci cose accadute più di mezzo secolo fa? Che cosa c'entrano con le nostre vite?

Mantegazza cita i Philadelphia 76ers, una squadra di pallacanestro che si rifa nel suo nome alla dichiarazione di indipendenza, firmata proprio in tale città nel 1776, e ricorda un giovane tifoso di 14 anni il quale gli aveva saputo spiegare con orgoglio il motivo storico di quel nome. Il pedagogista continua citando la polisportiva Maccabi di Tel Aviv che si richiama alla rivolta anti Impero Romano avvenuta nel 150 a.C. I giovani tifosi di questa squadra sanno perfettamente che il nome di essa si riferisce a tale episodio glorioso. Il problema quindi non è il fatto che siano passati 70 anni (che non sono nulla a confronto dei duemila dei Maccabei), quanto che non siamo riusciti a fare dell'antifascismo e della resistenza un mito fondativo, una narrazione eccitante che tocchi gli adolescenti nelle loro dimensioni vitali, nella loro musica, nel loro modo di vestire, ecc.. L'antifascismo e la resistenza sono diventati probabilmente un rituale ed una liturgia un po' polverosa che non riesce a toccare le coscienze giovanili, ad apparire come qualcosa per cui ne va delle loro vite di adesso.
Forse, prosegue Mantegazza, non abbiamo raccontato abbastanza storie di singole persone, non siamo riusciti a far capire loro che la resistenza l'hanno fatta dei ragazzi della loro età, che non avevano nessuna voglia di andare in montagna, che avrebbero preferito passare i pomeriggi con le loro fidanzate o a giocare a pallone. I ragazzi potrebbero cercare allora nella storia studiata con emozione le radici del loro star male di oggi.

- Voi dite di essere democratici e che la democrazia garantisce a ciascuno la possibilità di dire la propria opinione.  Ma allora perché non volete che i neofascisti esprimano un loro movimento e organizzino sfilate? 

Per spiegare ai giovani che il partito fascista non è un partito come tutti  gli altri, Raffaele Mantegazza suggerisce di fare l'esempio di una partita di pallone tra ragazzi. Essere democratici significa far partecipare alla partita tutti, indipendentemente da quale squadra tifano, dalle diverse abilità, dalle eventuali difficoltà fisiche, ecc. Ma se un ragazzino vuol giocare toccando la palla con le mani e rifiutando la regola di base di giocare con i piedi, allora non lo possiamo accettare perché rifiuta la base stessa del gioco. 
Un partito fascista è un partito che per sua struttura non accetta le regole democratiche e questo non si può permettere. Chi sistematicamente vuole attentare alla Costituzione, non può entrare in Parlamento. I neofascisti chiedono spazio per le loro manifestazioni a quelle istituzioni democratiche che essi stessi non riconoscono.  Qualsiasi sistema si deve autodifendere rispetto a chi vuole minarne le basi. 
Bisogna spiegarlo ai ragazzi ma poi la "partita" bisogna giocarla davvero, cioè dare loro modo di contare qualcosa, di poter dire la loro. Se vogliamo che i ragazzi si innamorino della democrazia essa deve funzionare insieme a loro. "Io rispetto la regola di giocare solo con i piedi, ma poi, la palla, la passi anche a me altrimenti è una presa di giro, altrimenti hanno ragione quelli là a voler distruggere il gioco."

- Vi definite antifascisti, ma perché oltre ad essere "anti" qualcosa, non siete anche "pro" qualcos'altro? Dovete per forza avere sempre degli avversari?

Ci sono parole, dice il pedagogista, che abbiamo smesso di pronunciare: fascismo, resistenza, sciopero. Al di là delle definizioni storico politiche, fascista è chi legittima la violenza del forte sul debole senza che ve ne sia motivo. Chi è più forte ha tutti i diritti di fare violenza sul più debole senza che debba rendere conto a nessuno.
I resistenti avevano in mente ben tre modelli di società (social-comunista, cattolica e liberale), avevano comunque in mente una società futura. Quello che manca oggi è proprio l'idea di una società futura. L'antifascismo va presentato ai giovani di oggi anche in relazione a quale società vogliamo costruire. Invece, purtroppo, passiamo ai ragazzi l'idea che è normale che ci siano le guerre, che ci sia la violenza, che ci sia un certo margine di sfruttamento dei deboli, che un giovane faccia il precario fino a 40 anni, ecc. Se noi continuamo a spacciare questo mondo, con le sue ingiustizie sempre più grandi, come una cosa normale, rischiamo di non dimostrarci affatto antifascisti. Senza un'idea di società (tre, addirittura) la resistenza non avrebbe avuto la forza morale, etica e civile di opporsi al nazismo.

- I nazisti e i fascisti saranno anche violenti ma sono forti, belli, grandi. Le loro bandiere, i loro simboli comunicano grandezza, potenza, potere. Voi avete la faccia da sfigati, da perdenti. Mi fate tristezza.

Perché se pensiamo al guerrigliero nazista, abbiamo in mente un marcantonio, mentre se pensiamo al pacifista ci viene in mente uno sfigato, trasandato e spettinato? Dobbiamo comunicare la positività del rispettare le regole, per esempio, di fermarsi al semaforo rosso (ma non perché altrimenti becco la multa, bensì perché permetto a pedoni e ciclisti di attraversare in tranquillità). Non abbiamo saputo trasmettere ai ragazzi quanto sia bello lottare per la libertà e per la giustizia. I giovani partigiani convivevano con la paura e con la preoccupazione  per la famiglia lasciata a casa, ma anche con l'emozione e con la scarica di adrenalina che provavano combattendo. Perché ci siamo fatti rubare dai neofascisti motti come "Non ti rassegnare, ribellati" o miti come Che Guevara o persino la parola rivoluzione, che era della sinistra? "La bellezza dei giovani," dice Mantegazza procurandomi un moto di commozione, "è la loro freschezza, la loro possibilità di credere ancora per qualcosa, nonostante che li abbiamo presi in giro per secoli. Diamo loro cose positive, diamo loro l'idea che comunque che questo mondo non è la soluzione definitiva all'avventura umana sulla terra."

- Lei dice di essere un prof democratico. Ma se scrivo sul tema che non sono d'accordo con lei, lei mi dà 4?

Il ragazzo che fa una domanda del genere è un ragazzo intelligente e dimostra spirito critico. E' chiaro che vuole sfidarci ma, se il tema è scritto in ottimo italiano, gli va dato otto, salvo dopo semmai discutere con lui apertamente e tranquillamente del contenuto. Stiamo attenti, noi adulti, a non educare all'omologazione, bensì ad accettare lo spirito critico, a creare persone inquiete, persone dissenzienti, che non accettano le verità calate dall'alto. Attenti ai dogmi intoccabili che abbiamo. Attenti ad una gestione davvero democratica delle nostre riunioni. Attenti all'uso del linguaggio, a non cadere nel maschilismo e nella violenza, per esempio, criticando un politico di parte avversaria per i suoi difetti fisici e non per le cose che fa. 

Alle domande di cui sopra non abbiamo saputo dare risposte credibili o forse abbiamo dato risposte troppo schematiche e superficiali.
"Abbiamo sbagliato molto," conclude Raffaele Mantegazza, "ma la cosa peggiore è piangersi addosso. Come sinistra abbiamo tutte le energie e la fantasia (che manca alla destra) per creare una nuova narrazione dentro la quale metterci i grandi valori dell'umanità (quelli della Bibbia, del Corano, ecc.) per un mondo in cui la gente possa vivere serenamente e con dignità. Il nome da tornare a dare a questa direzione politica: utopia.

martedì 26 novembre 2013

Purè di vitelotte

Ad un mercatino di Campagna Amica a Torino ho visto queste patate viola che mi hanno subito incuriosito. Il colore insolito non è dovuto a manipolazioni genetiche, ma alla presenza di antocianine (per intendersi quelle che ci sono nei mirtilli, nella buccia delle melanzane, ecc.) A parte il potere antiossidante e antitumorale che lascia il tempo che trova, personalmente sono molto attratta dai cibi con i colori forti. E poi, essendo insieme a mio figlio tifoso viola, non abbiamo resistito a comprarle. 
Ho scoperto che si chiamano vitelotte, o patate nere (non viola) o patate tartufo, e che si cucinano negli stessi modi delle patate classiche. Il sapore è abbastanza equivalente; la consistenza un po' farinosa le rende adatte a fare gnocchetti. Non avendo voglia nè tempo di farli, le ho provate lesse (mescolate con quelle gialle e un po' di prezzemolo fanno un bell'effetto cromatico), fritte a chip (ad occhi chiusi non le distingui dalle classiche) ed infine in purè, sempre mescolandone qualcuna gialla. Eccolo qua:




Anche in questo caso il sapore non si distingue da un purè di patata classica, però fa molta scena.

sabato 23 novembre 2013

Accendere un fuoco dentro ogni alunno

Le rappresentanti dei genitori al consiglio di classe di mio figlio (quarta liceo scientifico) scrivono sul resoconto: "Durante questa discussione è emerso ancora una volta che, in generale, a parere dei docenti la classe ha un atteggiamento di non entusiasmo per lo studio, per la voglia di sapere. Studiano per i compiti o per le interrogazioni."
E come meravigliarsi? Non sono uno di quei genitori che si erge sempre e comunque a difesa del proprio figlio o che si permette di interferire nel lavoro degli insegnanti, per esempio (come fanno molti) protestando perchè vengono dati troppi compiti a casa. Tuttavia se c'è una cosa che chiederei agli insegnanti è proprio la capacità di suscitare nei ragazzi l'interesse, e possibilmente l'entusiasmo, per ciò che insegnano. Mi pare che sia proprio quello che distingue un insegnante mediocre, che si limita a fare il suo lavoro di impiegato dello Stato, da uno bravo che riesce a trasmettere curiosità e/o passione per il sapere in genere. Mi sbaglio?
Me lo conferma  Eraldo Affinati, autore del libro "Elogio del ripetente" ed ospite a Pane quotidiano, la nuova trasmissione di RAI3 condotta da Concita De Gregorio, che ha più che egregiamente sostituito Corrado Augias.
Eraldo Affinati insegna da trent'anni all'Istituto Professionale Carlo Cattaneo, situato dentro la Città dei Ragazzi, un'esperienza educativa formidabile, nata subito dopo la seconda guerra mondiale con l'idea di accogliere gli orfani e oggi popolata da una sessantina ragazzi stranieri, i cosiddetti Minori Non Accompagnati (ne parlai in questo vecchio post).
"Sono sempre stato attirato dalle ultime ruote del carro, dai ragazzi ribelli e difficili," dice Affinati. "I ragazzi arrivano da noi come se fosse l'ultima spiaggia. Se falliranno, abbandoneranno per sempre la scuola. Bisogna quindi conquistare la fiducia di questi ragazzi, che nella loro vita hanno avuto a che fare con adulti poco credibili che li hanno ingannati."
Affinati ammette di essere stato uno studente piuttosto riottoso e per questo capisce la solitudine e l'indisciplina dei suoi studenti. "Insegnare significa anche scendere dentro noi stessi. Nei propri panni e nei loro panni. A casa mia non c'erano libri. I miei genitori erano due orfani. In fondo sono diventato scrittore ed insegnante per risarcire i miei genitori della fortuna che non ebbero. Insegnare significa curare una ferita, negli altri e in se stessi. Attraverso la cura che io faccio oggi ad Ivan, a Karim, ad Omar, a Gianni o a Claudio è come se curassi anche me stesso."
Secondo Eraldo Affinati bisogna distinguere il 6 di Giorgio, cresciuto con la mamma che gli raccontava le favole, in una casa piena di libri, dal 6 di Claudio cresciuto sul muretto di strada e che equivale ad un 9. Quello che conta è il progresso che un ragazzo fa.
A proposito di importanza della famiglia di origine, mi è venuto in mente un articolo di qualche tempo fa che mi aveva colpito, secondo il quale, anche sulla base di numerose ricerche, il destino scolastico degli alunni delle medie è sempre di più segnato dalle loro origini sociali, delle quali non portano alcuna responsabilità. Tutto ciò in un sistema di istruzione secondaria diviso per indirizzi ben distinti tra loro e dove la scelta della “filiera” (generalista, accademica e professionale) avviene tra i 13 e i 14 anni, un’età in cui l’influenza dei genitori è ancora forte.
E ha ragione Concita De Gregorio quando afferma che la scuola fabbrica delle risposte da imparare prima ancora delle domande, mentre si cresce proprio ponendosi delle domande e cercandone la risposta. 
Ambedue concordano che Don Milani, e in particolare Lettera ad un professoressa, è stato molto equivocato ed è stato visto come padre dell'egalitarismo indifferenziato mentre invece era molto selettivo, ma voleva tirare fuori da ciascun ragazzo la sua individualità. 
La scuola italiana di oggi invece è troppo legata al voto che certifica i risultati mentre il lavoro dell'insegnante è basato sul rapporto umano. Nei consigli di classe spesso i numeri prevalgono sull'anima delle persone. E mentre gli insegnanti di mio figlio lamentano lo scarso entusiasmo dei ragazzi, Affinati, pur comprendendo la solitudine del docente in classe, attribuisce tuttavia proprio a quest'ultimo il compito di "accendere un fuoco dentro ogni adolescente e farlo divampare senza paura che provochi una passione." Come si fa? Sentendosi coinvolti, disposti a mettersi in gioco, ad esporsi, anche a ferirsi, condividendo con i ragazzi i loro sconforti, stando insieme nella loro notte senza perdere la luce del ritorno.

lunedì 18 novembre 2013

Assaggio autunnale di Torino

Seconda tappa del tour fra le città italiane che ci siamo ripromessi di fare insieme a mio figlio: Torino, bella città con le sue diritte vie dai nomi sabaudi, con i negozi dalle insegne storiche, con gli eleganti palazzi che ricordano la Francia. Quella sua aria così europea e così poco italiana, ci ha proprio affascinato, complice il sole di sabato che indorava le foglie multicolori degli alberi.
Ci è piaciuto il museo del cinema, il turbinìo di ragazzi che ravvivano via Po e Piazza Vittorio Veneto  il sabato sera, l'allegro entusiasmo dei partecipanti alla maratona che trottavano per le vie del centro domenica mattina e la bella mostra su Renoir alla Galleria di Arte Moderna
Ci siamo gustati la cena nella trattoria tipica Cantine Barbaroux ed il pranzo koscher al ristorante della Sinagoga.
Alla prossima tappa. 

Riaperta a Firenze la bottega di Libera


Venerdì scorso inaugurazione della nuova bottega di Libera a Firenze a cura della neonata associazione La disciplina della terra 2.0. Una bella sfida (la bottega aveva tentato un paio di volte l'apertura naufragata per motivi organizzativi) iniziata con una serata in cui tante persone, ma soprattutto giovani, si sono accalcate nel piccolo locale. Da domani pomeriggio la bottega sarà aperta in via Fiesolana 6r tutti i pomeriggi da martedì al venerdì e tutto il giorno il sabato.
Auguro con tutto il cuore a questi ragazzi, pieni di entusiasmo e di voglia di fare, di riuscire a vedere decollare il loro sogno e cercherò anch'io di aiutare dando un pochino del mio tempo. Lo devo anche alle ottime persone che ho conosciuto ai campi e i cui volti vedo inevitabilmente associati dietro i prodotti di Libera.


mercoledì 13 novembre 2013

Chi sta in fila e chi si defila

Quando sono stanca e ho voglia di vedere qualcosa di poco impegnativo, mi godo una puntata del magazine storico "Italia in 4d" (dove il "d" sta per decennio) sempre offerte dall'insuperabile Rai Storia. Si tratta di affreschi della vita quotidiana e della società italiana dagli anni Cinquanta agli Ottanta incentrati su vari temi (economia, costumi sessuali, giustizia, edilizia, motorizzazione, calcio, ecc.). Brani di inchieste di quegli anni e interviste divertenti che talvolta mi riportano alla mente cose che facevano parte della mia vita di quando ero fanciulla.
Una puntata carina che ho visto di recente si intitolava "Chi sta in fila e chi si defila - Fisco e burocrazia dagli anni '50 agli anni '80" (rivedibile su YouTube), un viaggio in quattro decenni tra la burocrazia e il fisco.
"Noi apparteniamo alla burocrazia" diceva Giulio Macchi nel suo reportage La cortina di vetro del 1959.  "Possiamo venire al mondo pieni di fiato e di vigore ma, finché l'accidente non viene registrato, è come se non fossimo neanche nati. Poi per tutto il corso della nostra esistenza non potremmo andare a scuola, innamorarci e formare una famiglia, trovare un lavoro, esercitare una professione, guidare un'automobile, farci ricoverare all'ospedale, ricevere una pensione se non attraverso un cumulo di certificati, documenti, fotografie formato tessera, esami, pratiche che talvolta si trascinano per anni accompagnandoci nel nostro fatale declino verso la tomba. E quando finalmente avremmo tirato l'ultimo respiro, se un pubblico ufficiale non provvederà a descrivere nel registro degli atti di morte, noi ufficialmente continueremo a campare in eterno con il nostro bagaglio di diritti e di doveri, splendida conquista della civiltà."
In effetti sono decenni che gli Italiani si mettono in fila, per riscuotere o per pagare o per far valere un qualche diritto, anzi, qualche decennio fa i nostri genitori passavano molto più tempo di noi in fila in un ufficio pubblico. Uno storico intervistato spiega infatti che la macchina dello Stato degli anni Cinquanta era sostanzialmente quella consegnata dal regime fascista, periodo nel quale il partito si era sovrapposto allo Stato, ed era perciò una macchina complessa farraginosa, lentissima e inefficiente.
Per fortuna non devo stare dietro ad uno sportello pubblico (quello che Macchi chiama la cortina di vetro), però anch'io nel mio lavoro mi sorbisco continuamente le lamentele che toccano ai burocrati ("antichi sacerdoti depositari della mistica del modulo"). Meno male che anche nel documentario si sottolinea come l'impiegato sia "un povero diavolo come noi o peggio di noi anche se gli tocca il ruolo del rappresentante di un potere astratto, oscuro, incombente che si chiama burocrazia."
Burocrazia (dal francese bureau, che vuol dire ufficio, e dal greco kratos, potere) è una parola nata male e cresciuta peggio: per molti significa il potere soverchiante dei pubblici uffici, la pesantezza, la complicazione delle formule dei regolamenti e dei meccanismi che regolano uno stato moderno. Come mi suona familiare tutto ciò!
Nel resto della puntata parla si parla di fisco, di evasori, della legge Vanoni, dell'introduzione della denuncia dei redditi e dello scontrino fiscale. Divertente, nella sua attualità, l'intervista al conte Goffredo Manfredi, costruttore,  che aveva denunciato 50.000.000 di lire mentre il fisco gliene contestò 500.000.000 e che aveva proprio lui costruito il palazzo dell'ufficio esattoriale di Roma: "Io che sono additato come l'uomo più ricco d'Italia, e quindi non posso sentire della simpatia per le tasse, sono costretto a vivere in questo palazzetto settecentesco [per l'epoca si vede che la cosa era dispregiativa, N.d.A.] di fronte a quel meraviglioso complesso edilizio destinato ad esattoria comunale di Roma, che io stesso ho costruito e che è considerato uno dei più moderni e funzionali d'Europa."  Ed eccolo qua il meraviglioso complesso edilizio:

venerdì 8 novembre 2013

I conti con la storia


Tema talmente vasto ed importante quello delle guerre e della loro memoria. Il ciclo organizzato dall'Istituto Storico per la Resistenza in Toscana, e di cui mi porto orgogliosamente a casa l'attestato di partecipazione, mi ha lasciato più spunti da approfondire che cose imparate. Alcuni relatori sono stati molto coinvolgenti, altri molto meno. Ma soprattutto il limite del corso è l'aver voluto affrontare nodi cruciali della storia del Novecento condensati in una mezz'oretta ciascuno: dal confronto tra Italia e Germania riguardo alla rielaborazione della memoria sulla seconda guerra mondiale, alla Francia di Vichy, alla guerra in Algeria, alla guerra civile spagnola (di cui sapevo un po' di più grazie ai recenti approfondimenti), alla guerra nei Balcani (di cui non riuscirò mai ad avere le idee chiare vista la complessità di quella regione).
Particolarmente stimolante l'intervento di Stefano Bianchini, esperto di Balcani, il quale ha messo in guardia: ciò che avviene nei Balcani è la spia di ciò che potrebbe avvenire in Europa se il progetto di integrazione fallisse. Già cominciamo a vedere come, con la crisi economica, si stanno rinforzando i nazionalismi e l'odio per l'altro.
E' dura per me uscire dopo cena e attraversare la città affrontando la stanchezza e la pioggia. Sono perciò contenta che la mia passione per la storia (e la compagnia della mia dolce metà) mi abbiano fatto vincere la pigrizia.

lunedì 4 novembre 2013

Secondo finesettimana all'oasi

"Sono orgoglioso di presentarvi il mio piccolo bosco." ci dice Pino, volontario dell'oasi WWF di Focognano. "Questo piccolo gruppo di querce, che oggi sono appena più alte di me, sono state piantate da me circa venti anni fa in questo fazzoletto di terra. Poter dire oggi che sto all'ombra di questo piccolo bosco, dove qualche uccellino la scorsa primavera ha persino fatto il nido, mi riempie di orgoglio. Sarebbe bello che anche ciascuno di voi riuscisse a fare una piccola cosa come questa."
Secondo appuntamento del corso annuale all'Oasi WWF di Focognano. Un fine settimana di lavoro all'aria aperta, tra persone simpatiche e imparando diverse cose su piante e animali.
Con Pino abbiamo travasato piccole piante di: acero campestre, biancospino, melo fiorentino, ligustro, sanguinella, olmo campestre, susino selvatico, salice, sambuco. Abbiamo inoltre seminato e messo a dimora: acero minore, biancospino, fusaggine o berretta del prete, rosa canina.
Con Carlo abbiamo fatto il censimento degli uccelli attualmente presenti negli stagni: folaghe, tuffetti, un airone bianco maggiore, germani, qualche svasso maggiore, taccole, mestolone, moriglione, garzette, aironi guardabuoi.
E mentre ero intenta a travasare piantine, mi ha fatto visita una graziosa raganella.

mercoledì 30 ottobre 2013

Il caro estinto

La morte è rimasta praticamente l'ultimo tabu del mondo odierno. Non se parla e si fa finta che non esista. Eppure la morte fa talmente parte della vita e della società che intorno ad essa ruota tutta un'economia che non si immagina nemmeno.
Da una singolare, coraggiosa e anticonvenzionale, puntata di La storia siamo noi (che di tanto tanto affronta anche temi economici e/o sociologici) apprendo le cifre del giro di affari annuale del caro estinto in Italia: 550.000 decessi l'anno, 1 miliardo di fatturato, un indotto di oltre 25000 posti di lavoro.
Scontato pensare alle imprese di onoranze funebri, spesso a conduzione familiare come quella delle due sorelle Bellomunno a Napoli, impresa che vanta un secolo di storia: "Abbiamo sempre a che fare con persone che soffrono. Fortunatamente viviamo in un'atmosfera molto allegra" dice la bionda titolare.
Ma oltre a questa attività la Federazione del Comparto Funerario contempla produttori di urne cinerarie (in legni pregiati, vetri di Murano, ceramica artistica, pietre, ecc,), di bare e cofani personalizzati in ogni particolare, imbottiture, trasformatori di auto in carri funebri, arredi in marmo o bronzo, sale del commiato private, fino alla realizzazione di fotoceramica con il ritratto del morto o di tombe dal design avveniristico fornite di monitor con immagini del defunto.
Nel documentario un impresario mostra modelli di urna ad un'anziana signora (non ho capito se per lei o per il marito) e illustra il preventivo (quale auto, quale addobbo floreale e persino il testo dei manifesti "naturalmente senza data").
Anche i necrologi (che sembrano essere una passione di molti) creano ricchezza. La piccola emittente privata Teleclusone nel Bergamasco ha raggiunto grande notorietà (persino all'estero) con la rubrica di necrologi via etere intitolata "Oggi ci hanno lasciato".
Il fascino dei cimiteri invece lo condivido perfettamente, soprattutto dei bellissimi cimiteri monumentali. Leggere le lapidi, in particolare quelle antiche, mi è sempre piaciuto e mi fa pensare ai Sepolcri di Ugo Foscolo o alla splendida Antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters. Nel libro "Colpito in fronte da nemica palla" Bruno Gambarotta ha raccolto decine di epigrafi, belle anche dal punto di vista letterario.
Si scopre infine che esiste sull'argomento la rivista Oltre Magazine, che parla di valori etici, psicologia, elaborazione del lutto, e che c'era persino una rivista letteraria, La Buona Sera di Giampaolo Ormezzano.
"La morte c'è" dice saggiamente il giornalista "tanto vale parlarne per tempo, in modo da essere calmi quando è il momento. Tanto arriva". 

sabato 26 ottobre 2013

C'è ancora qualcuno che pensa: "I care"

Dove lavoro si accede tramite badge per tutte le porte tranne per quella principale il cui accesso è libero negli orari di servizio. Capita quindi che in questi orari entrano ed escano persone estranee senza che nessuno ci faccia caso.
Mentre si trova davanti all'edificio a parlare con alcuni colleghi in piena mattinata, Raffaele scorge un giovane uomo che esce con una borsa. Non ha l'aria furtiva ma è una faccia che non ha mai visto e non gli sembra uno studente. L'uomo gira l'angolo, Raffaele lo raggiunge e sventa così il furto di un PC portatile di un professore.

Mario è un altro mio collega che si sta dando da fare per trovare una procedura snella, pur nel rispetto delle norme, per fornire alloggio ai ricercatori ospiti del nostro ente. Il gestore di alcuni residence, che Mario ha contattato per concordare questa procedura, gli chiede: "Ma lei in tutto questo cosa ci guadagna?" Mario mi racconta questo episodio con stupore. Per lui è una cosa normale adoperarsi per fare al meglio il proprio lavoro.

Perché ci si deve stupire che ci siano dipendenti pubblici come i miei colleghi Raffaele e Mario che si prendono a cuore ciò che fanno senza guadagnarci niente? E in generale perché ci si deve meravigliare che ci siano ancora persone che, di fronte a qualcosa che non va, non si girano dall'altra parte pensando che non siano fatti loro?

I nomi, al solito, sono di fantasia.

giovedì 24 ottobre 2013

Se i "comunisti" lo salvano

Enrico mi apre la porta in pigiama alle cinque del pomeriggio. Un anziano da solo in casa in un palazzo di periferia è giustamente prudente, anche se al citofono mi ha riconosciuto: "Sono venuta a portarti la tessera dell'ANPI, Enrico."
Enrico non è stato partigiano perchè nel 1944 era solo un ragazzino di 14/15 anni, ma dava una mano ai partigiani del quartiere, persino trasportando dei cadaveri con un carretto.
Sembra contento di vedermi e mi mostra una parete dove sono appese numerose foto della sua gioventù e della sua attività politica. Siamo nei giorni in cui si vota per l'ineleggibilità di Berlusconi. Salutandomi mi fa: "Se anche questa volta lo salvano, mi dispiace ma io non li voto più i comunisti!"
"I comunisti??"
"Sì insomma... quelli lì... se lo salvano, io non li voto più" e mi richiama indietro per farmi vedere, con fare misterioso, che nella libreria, tra i vari soprammobili, tiene un medaglione con il profilo di Lenin.


lunedì 21 ottobre 2013

Fate a pezzi la straniera

Spero che tutti ormai sappiano chi era Lea Garofalo, di cui sabato scorso, dopo quattro anni dalla morte, si sono tenuti i funerali a Milano. Il ritrovamento dei suoi poveri resti è avvenuto infatti solo recentemente. Così come spero che oramai tutti conoscano la vicenda ed il coraggio di sua figlia Denise Cosco, testimone di giustizia nel processo contro gli assassini di sua madre, tra i quali suo padre stesso.
Un'altra donna, tanti anni fa, nel 1981, subì una sorte simile a quella di Lea Garofalo. Rossella Casini era una studentessa fiorentina che si innamorò di uno studente calabrese facente parte di una famiglia di 'ndrangheta. Quando Rossella lo scoprì, a causa di uno scampato agguato, cercò di convincerlo a collaborare con la giustizia e testimoniò lei stessa. Il fidanzato ritrattò ma lei fu uccisa, fatta a pezzi e il suo corpo fu gettato in mare, come raccontò un pentito molti anni dopo. "Fate a pezzi la straniera" fu l'ordine della famiglia del fidanzato per lavare il proprio disonore.
Purtroppo di Rossella è stata cancellata anche la memoria. Era figlia unica di genitori operai che morirono poco dopo la sua scomparsa. Già la morte di un figlio deve essere un dolore indicibile, non posso neanche immaginare cosa si provi a vivere senza saperne nulla, a non avere neppure un corpo da piangere, un funerale da celebrare, una verità con la quale fare i conti.
Solo qualche mese fa, grazie all'impegno di Libera di Firenze, si è riusciti almeno ad avere un'immagine di Rossella, una foto del suo libretto universitario, perché non si dimentichi questa giovane bella e coraggiosa.


Vedi anche il libro "Io parlo. Donne ribelli in terra di 'ndrangheta" di Francesca Chirico

sabato 19 ottobre 2013

Strade di ieri e strade di oggi

"Gli antichi Romani avevano un concetto di base: tutto quello che costruivano doveva durare quanto Roma, cioè per sempre. Anche le strade. Il lastricato dell'Appia Antica è ancora praticabile persino con le auto. Realizzando un drenaggio perfetto si garantiva la durata della strada. Si partiva con uno strato di sassi, poi uno di ciottoli di fiume, poi scarti di calcinacci o di anfore rotte, poi sabbia di mare o di fiume, poi un leggero strato di bitume sopra il quale incollavano le pietre, anche a secco dato che il substrato era perfettamente compatto. Il lavoro durava mesi o anche anni per ottenere una strada a dorso di mulo con gli scoli laterali che convogliavano l'acqua nelle fognature collocate ben al di sotto delle pietre in modo che i carri non spaccassero i tubi. Se vedessero le nostre strade di oggi con la pietra sotto e la colla sopra o con i tubi sotto appena 25 cm di asfalto, sgranerebbero gli occhi. Le nostre strade si fanno in una notte e durano tre mesi, le loro erano fatte a mano, ci si mettava un anno e duravano duemila anni."
Ecco una delle cose interessanti che ci ha raccontato l'archeologa Carlotta Ansaldi nella prima visita della stagione per gli Amici dei Musei, una visita che ha ripercorso, lavorando un po' con l'immaginazione, quella che era l'antica Florentia Romana.
Come evitare la rabbia e lo scoramento, arrivando a casa e osservando le condizioni pietose in cui, dopo tre mesi di disagio, la ditta che ha fatto i lavori per le condutture di gas ha lasciato la strada? Un lavoro veramente orribile. Sotto solo un paio di immagini. Qui ne trovate altre.
Con buona pace dei veterani che realizzarono la Florentia romana!



lunedì 14 ottobre 2013

La nostra giovanissima Carta va applicata, non modificata

Corteo pacifico e colorato. Età media piuttosto alta. Tante bandiere di tutti i colori (anche se prevalevano quelle rosse della FIOM). C'è tutto un popolo a sinistra che ha voglia di partecipare ma non si sente rappresentato, che non sente più nessuno parlare di giustizia sociale, di solidarietà, di uguaglianza. Tutto un popolo orfano di rappresentanza ma che però non sa unirsi e continua a frammentarsi inutilmente in mille rivoli: Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia e Libertà, Azione Civile, Alba e compagnia cantando. Ho scoperto che c'è persino un movimento che si chiama Democrazia Atea. Bello! E chi sono? Cosa propongono? Poi c'è il cosiddetto "Terzo settore": ARCI, Legambiente, Emergency, eccetera. Poi ci sono quelli dell'ANPI che dissentono dal comitato nazionale e partecipano, a dispetto di quest'ultimo, con distintivi e bandiere. Che tristezza se anche l'ANPI si divide! Poi ci sono le personalità che parlano sul palco, ciascuna con stile diverso, con maggiore o minore capacità di trascinare, ma, per fortuna, ciascuna con toni civili e rispettosi.
Una bella giornata, un po' stancante, ma di soddisfazione.
Perché mai spendere tempo e fatica per difendere la Costituzione? La miglior risposta la trovo il giorno dopo, mentre faccio le faccende domestiche e, come al solito, ascolto puntate arretrate di Fahrenheit, dalla bocca dello storico dell'arte Tomaso Montanari al Festival della Letteratura di Mantova:
"L'idea di cambiare la Costituzione a partire dall'articolo 138 è demenziale perché non abbiamo ancora nemmeno cominciata ad applicarla questa nostra giovanissima Costituzione che è piena di promesse a partire dall'articolo 9. La storia dell'arte è stata per secoli una legittimazione delle classi dominanti, un patrimonio costruito per legittimare il potere dei sovrani e per escludere ed emarginare la grande parte di coloro con il cui lavoro il patrimonio monumentale è stato costruito. La Costituzione ha dato un segno completamente diverso a questo. L'articolo 9 si comprende veramente se si pensa all'articolo 1 (la sovranità appartiene al popolo). I nuovi sovrani della Repubblica Italiana democratica siamo tutti noi ed oggi il patrimonio legittima la nostra sovranità. L'articolo 3 prevede di rimuovere gli ostacoli all'uguaglianza. Per un patrimonio che ha sancito la disuguaglianza per tanti secoli, per classi sociali e per cultura, è stato sognato dai Costituenti un progetto di comunità basata sull'uguaglianza. Una rivoluzione profondissima. E lo strumento? La conoscenza. Essi hanno messo il patrimonio e la ricerca nello stesso articolo 9 per un messaggio chiaro. Il patrimonio non è lo svago dei ricchi la domenica pomeriggio, non è un mezzo di intrattenimento, non è qualcosa che serve a non pensare; è uno strumento di uguaglianza attraverso la ricerca e la redistribuzione della conoscenza. Il patrimonio serve a renderci cittadini. Prendere un enorme patrimonio, proprietà della Chiesa e dell'aristocrazia, di un passato per nulla democratico, e metterlo dentro il cuore di un progetto democratico in un momento in cui l'Italia aveva problemi civili ed economici molto più gravi di quelli di oggi, se in quegl'anni sono stati in grado di pensare a questo futuro per l'Italia, oggi noi dobbiamo esserne all'altezza. Vogliamo cambiare la Costituzione che appena ora abbiamo cominciato a capire e che vuole costruire un futuro molto più luminoso del presente?"

Qui alcune immagini della giornata

mercoledì 9 ottobre 2013

Andiamo a Roma il 12 ottobre


In questo quadro avvilente non è facile trovare motivazione per andare a Roma il 12 ottobre. In tutta Europa le costituzioni che, come la nostra, hanno al centro il welfare sono sotto attacco. La "stabilità" di governo è diventato un totem al quale si sacrifica tutto. In parlamento non abbiamo praticamente più opposizione. Dopo averla svuotata di contenuti, stanno smantellando anche formalmente la nostra bella Costituzione che è costata così tanto e che tanti ci invidiano. Sono ben 60 gli articoli che vogliono modificare e di sicuro non in senso progressista e verso più giustizia sociale.
Sono stata molto titubante perché questa manifestazione nasce in salita, con pochissimo rilievo mediatico, anche perché, pare, i promotori hanno scelto di non sposare slogan conflittuali, di non essere CONTRO ma PER e questo non fa notizia.
Pur tuttavia mi sono messa in lista per il pulman di sabato. Soprattutto mi ha convinto la mia amica R., compagna di tante manifestazioni: "Può darsi che non serva andare, ma, se rinunciamo anche a questo, allora, hanno proprio vinto loro!"

Qui i recapiti per prenotare il pulman dalla vostra città. 
Coraggio! Non diamogliela vinta!

Aderiscono alla manifestazione:

  • Fiom-Cgil
  • Libertà e Giustizia
  • Gruppo Abele
  • Arci
  • Rete della Conoscenza
  • Emergency
  • Comitati Dossetti per la Costituzione
  • Articolo 21
  • Viva la Costituzione
  • Legambiente
  • Flc-Cgil
  • Un ponte per…
  • CNCA
  • Voglio Restare
  • Il Corsaro.info
  • Papillon
  • Comunità San Benedetto al Porto
  • Attac Italia
  • Un'Altra Storia
  • Fondazione Culturale Responsabilità Etica
  • Prendiamo la Parola, Associazione di Persone Immigrate e di Origine Straniera
  • Fondazione Basso
  • Fondazione Teatro Valle Bene Comune
  • Rete per la Costituzione
  • Liberacittadinanza
  • Fondazione Antiusura
  • CESTRIM
  • Antigone
  • A Sud
  • Azione Civile
  • Sbilanciamoci
  • Sinistra Ecologia e Libertà
  • Magistratura Democratica
  • Associazione per la Democrazia Costituzionale
  • Action
  • ALBA- Alleanza Lavoro BeniComuni Ambiente
  • Aspettare Ancora
  • Associazione Garibaldini per l'Italia
  • Associazione Viva la Costituzione
  • Associazione Culturale Partecipazione
  • Associazione Scuola della Repubblica
  • Avvocatura per i diritti LGBTI-Rete Lenford
  • Communitas2002
  • Partito della Rifondazione Comunista
  • Democrazia Atea
  • Filomena
  • Scenari globali – testata online
  • Gruppo Esmol (Donne esodate, mobilitate, licenziate)
  • Assodipro
  • N.O.I. - Nuova Officina delle Idee
  • Associazione Omosessuale Articolo Tre di Palermo
  • Associazione Marcello Torre
  • Tilt
  • Alternativa - laboratorio politico-culturale internazionale
  • Movimento d’Azione Giustizia e Libertà
  • Associazione per la Democrazia Costituzionale
  • Associazione per i diritti sociali e di cittadinanza
  • Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia
  • Agende Rosse
  • Associazione 17/3 per la Costituzione
  • Comitato Addiopizzo
  • Cildi nazionale
  • Associazione Lega dei Socialisti
  • Lista Civica Italiana
  • Italia Spazio Libero
  • Associazione nazionale ‘Si alle energie Rinnovabili No al nucleare’
  • Adesso Basta!
  • NonUnodiMeno
  • Punto Rosso
  • Giustizia e Libertà
  • Associazione Proteo Fare Sapere
  • Lavoro e Società CGIL
  • Aspettare Stanca
  • Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno"
  • ArciLesbica
  • Agedo
  • Famiglie Arcobaleno
  • Equality Italia
  • MIT
  • Arcigay
  • Maurice GLBTQ
  • Partito dei Comunisti Italiani
  • Associazione ‘dì Sinistra nel PD’
  • Carovana per la Costituzione SEMPRE
  • ArciRagazzi
  • Italia dei Valori
  • Psichiatria Democratica 
  • Associazione per il Rinnovamento della Sinistra
  • Cittadinanzattiva Onlus
  • Movimento 139
  • Bottega Partigiana
  • Viola in Movimento
  • Comitati BOBI
  • Articolo 53
  • Associazione Treno delle Donne in difesa della Costituzione
  • Associazione Rete delle donne Siciliane per la rivoluzione Gentile
  • M.I.D.D.- Movimento Italiano Donne per la Democrazia paritaria
  • Sinistra XXI
  • Scuola di formazione politica "Antonino Caponnetto"
  • Associazione Nazionale Dipendenti Autogrill
  • Associazione per la Pace
  • Lila Nazionale Onlus
  • Arcietero
  • Associazione La Rosa Bianca
 ed altre associazioni a livello locale.

lunedì 7 ottobre 2013

Fine settimana all'oasi, tra raganelle, iris d'acqua e usignoli di fiume

Il tenerissmo rospo smeraldino occhieggia preoccupato dalle mani del responsabile dell'Oasi WWF di Focognano. Come si fa a dire "brutto come un rospo"? Questa creatura è stata appena salvata da uno di quegli stagni che si formano nelle buche lasciate dai lavori di escavazione quando essi subiscono un'interruzione e, alla ripresa dei lavori, sarebbe stata triturata dalle ruspe insieme a piccoli tritoni, salamandre, ecc. che i volontari del WWF si preoccupano appunto di salvare e di trasferire negli stagni dell'oasi.
L'Oasi di Focognano non è nata per salvaguardare qualcosa di naturale che esisteva ed era minacciato, bensì è stata creata su un territorio devastato da autostrade, capannoni industriali, discariche, orti abusivi, campi desertificati dall'agricoltura intensiva e canali cementificati dal Consorzio di Bonifica. Oggi i suoi 65 ettari, grazie all'amore dei volontari con in testa Carlo Scoccianti che li coordina, sono un piccolo paradiso con i suoi cinque bacini lacustri, tappa di uccelli migratori e non, con i suoi canneti e la flora autoctona, gli usignoli di fiume e le raganelle, ecc.
Un fine settimana piacevole e interessante questo appena trascorso, prima tappa di un corso organizzato da Libera e dal WWF nel quale si imparerà come recuperare alla natura un territorio compromesso come spesso sono quelli sequestrati alle mafie.
Carlo trabocca di passione quando ci illustra il lavoro fatto in quindici anni, cercando di farci immaginare il deserto che era questo posto, quando ci racconta di come passi il suo tempo a convincere enti e istituzioni (Comune, Provincia, Regione, Consorzio di Bonifica, Università, ecc.) ad abbandonare progetti invasivi e irrispettosi della flora e della fauna per altri favorevoli all'ambiente.
La canalizzazione con argini in cemento sempre più alti, per esempio, in caso di piena sposta solo il problema più a valle, dove l'acqua arriva ancora più violenta e devastante, mentre invece al fiume va semplicemente ridato lo spazio che gli è stato tolto, attraverso casse di espansione nelle quali si può benissimo creare stagni naturali, habitat privilegiato di uccelli, anfibi e pesci.
E' stata divertente anche la parte pratica del corso durante la quale abbiamo travasato piantine di iris d'acqua e potato la vegetazione dei vialetti dell'oasi, selezionando accuratamente, sotto la guida di un esperto, le piante da tagliare da quelle da proteggere. 
Corona l'esperienza la piacevole compagnia, varia di età e provenienza geografica, ma tutta femminile! Cari uomini, com'è che non si riesce a stanarvi da casa? Paura della pioggia? Pigrizia? E com'è che le donne non le ferma niente?