domenica 15 marzo 2020

Tempo di pandemia

Eppure bisogna scriverne. Pandemia... Coronavirus... COVID-19.... Emergenza... Epocale... Italia zona rossa... Divieto di uscire di casa....
Chi avrebbe mai detto di trovarsi in una situazione così? 

Prima sensazione, lo stupore. Lo confesso, anch'io due settimane fa ho pensato come molti "una specie di influenza un po' più cattiva" oppure "muoiono solo persone anziane o immunodepresse". E però giorno dopo giorno, bollettino dopo bollettino, decreto emergenziale dopo decreto, sono sempre più attonita e ho paura ogni giorno di più. Non posso fare a meno di leggere tutte le notizie possibili questa disastrosa epidemia di polmonite interstiziale virale nella speranza di apprendere un miglioramento ed invece leggendole mi sale l'ansia, l'ansia per la tenuta del nostro sistema sanitario, per il contraccolpo sull'economia e anche un brividino quando inevitabilmente associo il divieto di uscire di casa con il coprifuoco durante l'occupazione nazista o le code ai supermercati con quelle durante l'ultima guerra (forse ho visto troppi documentari sul quel periodo).

Cerchiamo invece di pensare alle cose positive di questa situazione.

Tempo libero. Annullati tutti gli impegni fuori, dalla palestra, al turno di volontaria nella bottega di Libera, alla visita settimanale alla mamma, mi trovo con del tempo libero da dedicare o a pulizie e riordini straordinari in casa o a mettermi in pari con la lettura de L'Epresso o a scrivere un po' su questo diario digitale trascuratissimo. Non ho più ricordanza di una domenica pomeriggio a scrivere sul blog!

Lavoro agile o smartworking. Se ne parla da tempo ma improvvisamente è diventato un obbligo. Qualche difficoltà tecnica, qualche scomodità come lo schermo del portatile di soli 13" contro i 21" di quello in ufficio ma c'è a favore che nessuno ti interrompe con visite o telefonate e ti puoi concentrare di più sulle operazioni da fare. E magari scopriamo anche, noi impiegate pubbliche di vecchia data, che quasi sempre si può fare a meno del pezzo di carta in mano (devo dire che questa è una mia personale battaglia da tempo). Certo attenzion al tranello nel lavoro da casa: saper staccare, un bel log-out quando è ora perché altrimenti si rischia di lavorare di più che in ufficio.

Si sta di più con i nostri familiari e si apprezza il fatto di non essere soli. Il pensiero va a quelli che non possiamo vedere perché fuori (come la mia mamma o mio figlio maggiore) anche se per fortuna la tecnologia e i vituperati social in questo caso ci aiutano. Con la mamma la videochiamata quotidiana è una grande risorsa per sentirsi più vicine. E mai come adesso mi scopro fortunata ad avere una casa e per di più abbastanza confortevole e ampia per tre persone che siamo. Penso a chi non ha un tetto sulla testa oppure chi sta in una casa piccola e disagevole e penso che se il virus è democratico perché attacca tutti senza distinzione, la quarantena invece di democratico non ha nulla.

Ed infine diciamolo, questa emergenza ci sta facendo bene come comunità. Al di là della retorica consolatoria dei "ce la faremo", "andrà tutto bene" (che secondo me è anche un po' offensiva per tutti quelli che hanno perso i propri cari oppure che ce li hanno in lotta con la morte), la cosa buona è vedere scomparsi dalla scena sovranisti, odiatori, razzisti, no-vax e compagnia cantante. Non siamo diventati buoni ma siamo solo costretti a concentrarci su quello che conta (la salute in primis) ed inoltre, quando il gioco si fa duro, per fortuna, si è capito che sono i competenti che devono prendere il timone, chi ha studiato e sa quello che deve essere fatto.

Che dire, quindi? Teniamo duro in obbligata quarantena generale sperando di poter presto godere dell'aria fresca sul viso e del sole sulla pelle. Ieri mattina, mentre aspettavo di poter entrare al supermercato ho fatto un test dove veniva chiesto come mi sentivo in questo momento:
Forse ansia e paura sarebbero state le risposte più veritiere ma d'istinto invece ho messo: RESILIENZA.

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