sabato 12 dicembre 2015

Il mio non è pessimismo, ma senso di concretezza

"Il mio non è pessimismo, ma senso di concretezza." Questa frase è scritta a grossi caratteri un cartello che mio padre ha appeso sulla sua scrivania. Non ho mai avuto occasione di chiedergli perché ha sentito il bisogno di difendere il suo carattere tendente al pessimismo in modo così esplicito. Probabilmente è frutto di una querelle con mia madre.
Che c'è di male ad essere pessimista? Anch'io lo sono tendenzialmente in quanto tendo a notare le cose che non mi vanno bene e non riesco a credere che miglioreranno.
Con le dovute proporzioni, mi sono rivista nel pensiero di Pasolini, ricordato di recente perché sono passati quarant'anni dalla morte.
Pasolini forse ha idealizzato troppo il mondo rurale pre-boom economico, però davvero  aveva capito tutto, prima e meglio degli altri. 
In questo famoso articolo sul Corriere della sera del 1 febbraio 1975 denunciò l'estinzione della vecchia cultura popolare uccisa dall'omologazione e da una nuova insidiosa forma di regime: la società dei consumi che Pasolini definì il più repressivo totalitarismo che si sia mai visto.
Ed oggi sappiamo quanto è calzante quel suo chiamare il fenomeno "la scomparsa delle lucciole".
Mi viene in mente quel passaggio del documentario  La forma della città, di cui ho pubblicato un brano in questo post, dove è anticipato e riassunto proprio quello che non riesco ad accettare del mondo che mi circonda: l'omologazione che la società dei consumi impone in modo subdolo ma potente. 
"Ho visto dunque "coi miei sensi" il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione."
E siccome a me pare di avvertirla di continuo questa spinta all'omologazione, non è per snobbismo che rifiuto di stare sui social network o di comprarmi lo smartphone (con buona pace di whatsapp che pure, ammetto, è assai comodo). E' solo un piccolo esempio, ne potrei fare altri, eppure sento un'irresistibile voglia di resistere. Lo so che non servirà a nulla. Il mondo va da quella parte. 
Il "paleofascismo" di Mussolini voleva cambiare gli Italiani ma si arrestò alla superficie, mentre la società dei consumi ha guastato le radici della nostra identità, ha minato l'anima delle persone tanto che oggi si desidera tutti le stesse merci, tutti lo stesso tipo di vita. La massa si lascia corrompere e va dove il capitale vuole. 
E quindi non serve lamentarsi poi se le disuguaglianze sono sempre più ampie, i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, i diritti dei lavoratori, faticosamente conquistati, smantellati, come viene smantellata la Costituzione e la democrazia, pezzo per pezzo, giorno per giorno, decreto su decreto, finché ci accorgeremo di non avere più strumenti per contrastare il potere e ci troveremo impotenti con il nostro smartphone in mano.

"Adesso, risvegliandoci da questo incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c'è più niente da fare." diceva Pasolini in "La forma della città"


"Il mio non è pessimismo, ma senso di concretezza," direbbe mio padre.

PS Qui la puntata su Pasolini del Tempo e la Storia che ha fatto da spunto a questo post.






1 commento:

  1. Pessimista è come un ottimista chiama un realista.

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