domenica 5 maggio 2013

L'ottimismo di Crainz nel paese dei corrotti di Calvino

Sono sempre più scoraggiata e pessimista verso il futuro. Non tanto perchè ci ritroviamo l'ennesimo governo di destra che prenderà i soliti provvedimenti di destra (= a favore dei ricchi), non tanto perchè il partito per cui votavo (e sottolineo il tempo passato) non esiste più o per lo meno non finge più di essere un partito di sinistra (ciò ha i suoi vantaggi anche se mi lascia "orfana"), ma più che altro non ho più la minima fiducia nei miei connazionali. Ho preso atto (con dolore) che gli Italiani sono un popolo a maggioranza di destra, conservatore ed individualista. Non tutti, certamente, ma la maggioranza sì (e dire che Marina me lo aveva scritto tempo fa). 
Temo che siano sempre stati così anche se lo storico Guido Crainz, che ammiro moltissimo, è fortemente ostile a questa tesi perchè lo ritiene un modo per giustificarsi. Anche a Le storie Diario Italiano e nel suo libro Il paese reale, Crainz ricorda che l'Italia è stata capace in momenti difficili di risollevarsi e che, se siamo diventati individualisti, con scarso senso civico e sprezzanti delle regole, possiamo ritornare ad essere quello che siamo stati capaci di essere.
Quando sarebbe avvenuta la trasformazione? Guido Crainz fa partire dalla fine degli anni Settanta (simbolicamente dal delitto Moro) la fase che sta vivendo il nostro paese e fa risalire ad allora lo spartiacque che ha dato il via all'esplosione della corruzione e del degrado.
Dal punto di vista economico il disastro si è innescato perché negli anni Ottanta, anni di trend positivo dell'economia e di maggiore espansione delle esportazioni, il debito pubblico è cresciuto enormemente (percentuale sul PIL: 1970 40%, 1985 80%, 1990 94,8% 1995 121,5%). L'enorme debito pubblico, che pesa oggi più che mai come un macigno, ha avuto conseguenze non solo economiche ma anche civili, una questione etica ancora prima che economica. Sembra che il consenso degli anni Ottanta si sia basato su un accordo: far prevalere gli interessi dei governati e dei governanti sull'interesse pubblico. Il processo di ripiegamento sul privato e di disimpegno civile, emerge anche da un piccolo dato: nel 1980 per la prima volta i votanti scesero al di sotto del 90% e ciò provocò molte discussioni. Oggi, dopo trent'anni, tocchiamo punte di astensionismo del 50% (vedi regionali in Sicilia) e nessuno si interroga più.
Anche la trasformazione della politica in senso populista, demagico e personalistico e il deperimento del partito come forma di organizzazione e di militanza è fatta risalire da Guido Crainz agli anni Ottanta, dominati dalla figura di Bettino Craxi, quando per la prima volta il leader non è stato espressione di una organizzazione sociale e politica estesa sostuita dal carisma personale. Il PSI, che non è mai riuscito ad essere un partito di massa, si impose come un partito moderno e mediatico. Alla richiesta di  un parere sugli attuali partiti, sull'attuale partitocrazia decadente, lo storico  risponde che non vi può essere democrazia senza partiti ma che difficilmente vi potrà essere democrazia con QUESTI partiti e auspica un rinnovamento profondo.
Insomma gli anni Ottanta sono l'incubazione del nostro presente, della nostra attuale incapacità di coniugare sacrifici e speranza per il futuro come avvenuto nel Dopoguerra.
Personalmente sono ben più pessimista di Crainz e comincio a pensare che la straordinaria stagione della Resistenza che ha prodotto una classe politica di alto valore morale e una eccellente Costituzione siano state solo una felice parentesi. Sono tuttavia gramscianamente pronta ad opporre al pessimismo dell'intelligenza l'ottimismo della volontà. In qualunque momento.

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"C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Un paese in cui tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto.
Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano, costoro, onesti non per qualche speciale ragione; erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altre persone.
In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare.
Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

Italo Calvino, da “Apologo sull’onestà nel Paese dei corrotti
(Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori)

11 commenti:

  1. Una cosa di Paco Ibanez eppoi rabbia da piangere

    http://youtu.be/Xh3xyl-PZKY

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    1. Ops, non riesco a vedere il video. Mi dice che non esiste. Come mai?

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    2. Ecolo, un altro aggancio; e tante scuse

      http://youtu.be/B88WDlhnan4

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    3. http://youtu.be/B88WDlhnan4

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    4. Visto, grazie. Molto bello.

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  2. Quante occasioni ed anni persi per fare di questo Paese un Paese Civile, quanta delusione!

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  3. Io credo che, considerata la totale inadeguatezza dei partiti politici a rappresentare il popolo, non ha molto senso parlare di sinistra e destra. Quando mi giro attorno vedo gente che, almeno a parole, sembrano impersonare valori di sinistra (anche se poi il sentimento vincente e' l'egoismo, e quindi la destra).

    Credo che se come valore di sinistra intendiamo un livellamento delle condizioni di tutti gli uomini del mondo (non avrebbe senso la solidarieta' solo tra italiani, credo), allora non so se ci sia ancora qualcuno disposto a dichiararsi di sinistra.
    Mi pare che al giorno d'oggi sia piu' difficile essere sinceramente di sinistra di quanto lo fosse negli anni 80 (o forse ero solo io a non aver capito, allora, quali fossero le implicazioni?)

    Credo di aver perso non tanto la convinzione nei valori della sinistra, ma la speranza che il potere di cambiare sia effettivamente nelle mani del popolo (anche ammesso che il popolo fosse di sinistra)

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    1. Sono d'accordo sul tutto meno il fatto che non ci sia bisogno di rimarcare ciò che è di sinistra e ciò che è di destra. Il popolo non è affatto di sinistra, purtroppo.

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    2. Non volevo dire che non c'e' bisogno di rimarcare la differenza tra destra e sinistra. Volevo dire che il problema diventa secondario rispetto ad un'altra urgenza: quella di avere una rappresentanza onesta e condivisibile in Parlamento. Se ci fosse un partito di destra onesto in grado di rappresentare in qualche modo almeno in parte le esigenze del popolo, allora lo voterei. In questo senso (forse sbagliando?) tempo fa ti dichiarai la mia intenzione di voto per Italia dei Valori, che tutto fu tranne che un partito di sinistra.

      Il popolo e' di sinistra o di destra? Sinceramente non lo so.
      Qual'e' una caratteristica del popolo che ti fa ritenere che sia di destra?

      Io penso che (purtroppo) quando il popolo ha fame (o anche solo quando vuole essere piu' ricco di quanto non sia) cerca la via piu' breve per placare la fame (o per essere piu' ricco). Questo mi pare egoismo di un tipo che non e' ne' di sinistra ne' di destra.

      Uhm... non sono mica tanto sicuro di quel che ho detto, pero'...

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    3. Scusami Dario, sono temi complessi di cui si discute male per iscritto (infatti si prestano a malintesi e semplificazioni). E poi non ho voglia di parlare di politica. Abbi pazienza.

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