sabato 10 settembre 2011

Parole, parole, parole



"Le parole sono importanti", urlava Nanni Moretti in "Palombella Rossa". Le parole possono essere anche pietre, possono ferire, possono trascinare. Eppure le parole seguono le mode, alcune sono collegate a certi periodi storici e poi cadono in disuso, altre migrano da una lingua all'altra anche con distorsioni di significato.
Argomento affascinante che ha occupato due libri presentati tempo fa' a Fahrenheit Radio 3: "Itabolario" di Massimo Arcangeli, un viaggio tra le parole utilizzate in Italia negli ultimi centocinquanta anni, e Le parole disabitate di Raffaella De Santis, che ricostruisce attraverso alcuni termini i momenti centrali della nostra storia linguistica, culturale e sociale.
Parole come «adunata», «comizio», «padrone», «proletario» ci rievocano tempi andati, così come "compagno" oggi non suggerisce più il militante del PCI. "Patriota" ci suona di estrema destra ma non è sempre stato così, basti pensare che è una delle definizioni possibili con cui si è iscritti alla Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.
Se negli anni Settanta andava di moda "fare un discorso su" qualsiasi cosa, oggi, grazie ai social network, abbiamo invece una sovraesposizione della parola amico e vanno per la maggiore espressioni come assolutamente o il detestabile uso di "piuttosto che" nel senso di "oppure".
Varie sorti ha avuto la sensibilità del politicamente corretto. Negli anni Sessanta per pubblicizzare il confetto Falqui si diceva "basta la parola" perché pronunciare "lassativo" non era considerato elegante, mentre, nello stesso spot di Carosello, Tino Scotti poteva tranquillamente rivolgersi ad un nero chiamandolo "Bongo".
Infine c'è la questione degli anglicismi. Tutte le lingue hanno sempre accolto parole dall'esterno, dice Massimo Arcangeli, e ciò non è negativo in sé, ma oggi c'è un'eccessiva esterofilia stilistica che andrebbe evitata. Spesso, senza alcuna necessità ma soltanto per snobismo, rinunciamo talvolta ad usare termini nazionali perfettamente funzionali per quello che vogliamo dire. Ho scoperto che su questo tema c'è un progetto chiamato "Stop itanglese" dove si trova addirittura un "traduttore itanglese-italiano come piccolo rimedio contro la pigrizia".
La puntata di Fahrenheit termina con la celebrazione di una bella parola che abbiamo esportato in tutto il mondo, nata a Venezia nel Settecento ed entrata ufficialmente nella letteratura con il romanzo Eros di Verga: Ciao.

3 commenti:

  1. :-) a proposito di parole esportate in altre lingue spesso faccio sfoggio di cultura enigmistica stupendo tutti con l'etimologia della parola "digitale".
    Deriva dall'aggettivo inglese "digital" che deriva dal sostantivo "digit" che significa "cifra". "Digit" a sua volta deriva dal latino "digitum" che significa "dito", perche', contando con le dita, ogni cifra decimale e' una configurazione di dita alzate o abbassate nelle due mani.
    Ma "digitale" deriva pure dal latino "digitalis" che e' l'aggettivazione del sostantivo "digitum".
    Questo spiega perche' sia il computer sia l'impronta... be'... entrambi sono "digitali".

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  2. ;-) nel nostro dialetto lombardo si usa terminare un discorso con "...e s-ciao", credo mutuato dal veneziano che ha dato origine a "ciao", come a dire "...e buonanotte", ad indicare meritata conclusione di un impegnativo elenco.

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