Visualizzazione post con etichetta Campi antimafia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Campi antimafia. Mostra tutti i post

domenica 24 settembre 2023

Passioni

 


Una di queste sere ho visto il film "Una stagione da ricordare". Non è un gran film ma a me è piaciuto molto perché mi sono entusiasmata durante le scene sulle partite di pallavolo. Improvvisamente, come una madeleine mi sono tornati in mente gli anni della mia giovinezza, tra i sedici e i ventidue anni, quando giocavo a pallavolo. 

Non eravamo una grande squadra, anzi, perdevamo quasi sempre, ma mi divertivo tanto, cioè "divertivo" non è il verbo giusto. Mi dava grandi emozioni: gioia quando facevo punto con una schiacciata (ero martello) ed esplodeva l'esultanza del pubblico e delle compagne, rabbia quando sbagliavo, paura quando andavo alla battuta o quando ero in ricezione, eccitazione quando riuscivamo a "sentire" la partita e ci caricavamo l'una con l'altra. In quegli anni pensavo che mai mai nella mia vita avrei smesso di giocare a pallavolo. Tant'è che continuai anche quando, finita la scuola, cominciai a lavorare, nonostante la stanchezza degli allenamenti serali. Tant'è che, chiusa la squadra, andai a giocare in un'altra ben più lontana da casa mia. Ecco che però, durante quell'ultimo anno, capii che qualcosa si era rotto. Era scattato qualcosa e cominciai ad annoiarmi e a percepire il tutto come un rito. A quel punto l'impegno di tre sere a settimana più la partita nel finesettimana, i viaggi in motorino, soprattutto di inverno col freddo ed il mal tempo, cominciarono a pesarmi. Ma soprattutto la pallavolo non mi dava più sufficienti emozioni per giustificare il sacrificio e smisi. 

Fu la prima volta che capii che una passione, di qualsiasi tipo, è come un fuoco e, come tale, capita che si spenga. Ne ho attraversate altre nella mia vita di varia durata ed intensità di emozione.

Dal 2005 al 2010 ho fatto una quindicina di viaggi a piedi con lo zaino in gruppo e con la guida. Ne ho parlato anche in questo blog. In alcuni di questi ho provato grandi emozioni e alla fine dei viaggi più belli e più riusciti non vedevo l'ora di segnarmi al prossimo tanto che pensavo che avrei fatto tutto il catalogo di quella associazione e poi avrei attinto a quello di un'altra. Poi anche lì è scattata la molla: durante l'ultimo viaggio (che pure mi piacque) percepii una sorta di stanchezza per il rito di fare conoscenza col gruppo, conoscere persone magari anche interessanti ma che sapevo che non avresti visto più (solo con la mia cara amica S. si è sviluppata una vera amicizia che ha vinto il tempo e la distanza). Percepii distintamente che dietro il lavoro della guida c'era sì leggittimamente il guadagno ma che la voglia di alimentare il proprio ego era maggiore di quella di trasmettere ai partecipanti qualcosa in cui si crede (non ultimo la speranza di fugaci avventure). Passione finita.

Dal 2011 al 2016 ho partecipato ad una decina di campi di Libera sulle terre confiscate alla mafia. Anche in quel caso forti emozioni: vedere il coraggio dei lavoratori delle cooperative che sfidano il loro difficile contesto, ascoltare le testimonianze dei parenti delle vittime, imparare tante cose sul lavoro agricolo e sul contatto con la terra (per me, cittadina, elemento alieno) e anche, perché no, il rapporto di me adulta con i giovani ventenni, ascoltarli con umiltà e ammirazione. Poi lo scatto della molla: un campo poco interessante e soprattutto il limite dei 35 anni sancito sul catalogo allo scopo ovviamente di scoraggiare la partecipazione di una ultracinquantenne. Passione finita

Ci sono passioni che purtroppo ho dovuto abbandonare, con grande dispiacere, per questioni di salute: le escursioni in mountain bike nel 2004 che mi causavano problemi alla schiena, i pellegrinaggi a piedi con la mia amica S. a causa della coxartrosi. Per queste la molla non è scattata ma ho dovuto fare buon viso a cattivo gioco.

La mia passione principale da qualche anno, si sarà capito, è il mio podere in Lunigiana. Mi dona emozioni sbirciare su questo pezzo di terra ogni più piccolo cambiamento, ogni cosa che succede ad opera di un essere vivente: un ragno che fa una ragnatela, una piantina spontanea che nasce, il lombrico che migliora il terreno, una pianta che si riprende grazie alle mie cure, una farfalla particolare che si posa su un fiore, un albero che fiorisce, i frutti che maturano. In questi anni la cosa che desidero più di tutti è abitare là e poter assistere tutti i giorni allo spettacolo della natura in questo piccolo impervio pezzo di terra in collina.

Quanto durerà? Scatterà anche per questa la molla? Ne sono certa. Posso solo sperare che avvenga prima che l'età e il fisico mi impediscano di andarci (cosa che sicuramente avverrà). Così non dovrò piangere e rassegnarmi ma semplicemente passare ad un'altra passione. 

Perchè le passioni, cioè quelle attività che ti donano emozioni, sono la benzina della vita. Guai a non averne!

Io in partenza dalla mia casa in campagna dopo quattro settimane


domenica 20 ottobre 2019

Profumo di olive dalle terre confiscate alla ndrangheta

Sono tornata con piacere a Isola di Capo Rizzuto, dagli amici della Cooperativa Terre Joniche, a dare una mano per la raccolta delle olive destinate alla produzione di un fragrante olio extravergine biologico. Svegliarsi di buon'ora e vedere l'alba sul mare in lontananza. 

Trovarsi alle sette sul campo con gli altri volontari (tra i quali, con mio grande piacere, anche il mio compagno). Una bella faticata a spostare i teli, a raggruppare al centro del telo le olive raccolte dalla scuotitrice e dagli infaticabili battitori, a passarle dal telo al cassone. Però che soddisfazione a fine giornata! Raccolte giornalmente più di 5000 kg di olive di varietà Carolea, in circa 15 cassoni per ottenere circa 500 kg di oro verde presso il frantoio di Roccabernarda.
Ha sempre qualcosa di “sacro”, questo velluto verdegiallo che esce da un bocchettone così acciaio freddo... È "Oro di Terra" prodotto da questa gente che, con fatica e sacrifici, cerca di lavorare onestamente in questa regione sfortunata. Non ha prezzo. Ha valore.
E anche se, sia chiaro, il nostro contributo di volontari non cambia di molto gli introiti della cooperativa, tuttavia fa piacere aver dato una mano.



sabato 28 ottobre 2017

Jamu a cugghjire l'alivi

L'alba sul promontorio crotonese

Sabato, 28 Ottobre 2017
 
Ingannando la lunga giornata in attesa del volo di stasera da Lamezia, mi godo il sole e l'aria del bel lungomare di Catanzaro Lido.
Un campo di Libera speciale, diverso da tutti gli altri, questo appena concluso presso la Cooperativa Terre Joniche ad Isola di Capo Rizzuto, un campo finalizzato alla raccolta delle olive. Un campo che mi ha dato una grande soddisfazione perché ho sentito davvero di aver dato il mio contributo, pur con i miei limiti fisici e la mia inesperienza.


La raccolta inizia di primo mattino sull'uliveto confiscato al clan Arena. Si stendono due grandi teli sotto un ulivo, il braccio meccanico scuote ramo per ramo la pianta, si finisce di far cadere le olive battendo i rami con delle pertiche, poi si spostano i teli alla pianta successiva e, quando sono troppo pesanti si rovescia il raccolto su un terzo telo che il braccio meccanico solleva per permettere di riempire i cassoni posti sul camion.
Tra uno scuotimento e l'altro della macchina, c'è da defogliare il più possibile le olive sul telo (con il rastrello ma il più delle volte chini a terra) oppure si raccoglie quelle cadute fuori. Alla fine della giornata (intorno alle tre e mezza) ti senti indolenzite le spalle e le gambe (non ho idea di quanti piegamenti posso aver fatto per raccogliere olive o foglie o i lembi del telo).
Insomma una bella fatica, soprattutto dei due giorni e mezzo di Tramontana bestiale che pare sia comune qui sul promontorio.


Un pomeriggio abbiamo accompagnato il socio della cooperativa di turno al frantoio dove abbiamo visto il fantastico macchinario che dalle nostre carnose olive, varietà Carolea, raccolte nella giornata, ha prodotto un ottimo olio profumato, dal colore verde brillante e dal sapore forte e deciso come il sole calabrese sa dare. Che meraviglia!
E infine che dire della squisita ospitalità dei soci della cooperativa (come del resto ho sempre trovato qui al Sud)? Come dimenticare gli ottimi piatti di pasta che Irene ci ha portato per pranzo sul campo?
Un'esperienza sicuramente da ripetere.


domenica 19 giugno 2016

Campo di Libera a Isola di Capo Rizzuto

 Tutto comincia alle sei del mattino, aspettando l'autobus nella piazza del mio quartiere, insolitamente deserta e silenziosa. Parto per la Calabria, anzi, per il Crotonese, zona che non conosco affatto.
Alla sede del campo di Libera di Isola di Capo Rizzuto mi attende una piacevole sorpresa ma anche una piccola delusione. La prima è il nuovissimo ostello, situato in una posizione magnifica, circondato di campi coltivati dalla Cooperative Terre Joniche a legumi e cereali e da tante pale eoliche. La punta di delusione invece la provo conoscendo il gruppo che dividerà con me la settimana: metà di adolescenti (che tra l'altro già si conoscono e dei quali a stento riuscirò a sentire la voce) e metà di pensionati con cui ho già avuto esperienza in precedenti campi. E così, al di là dell'affabilità dei singoli, mi accompagnerà un senso di estraneità per tutta la settima come è successo in altre occasioni.
L'esperienza però è riscattata ampiamente, oltre dal luogo sopra descritto, dal lavoro su queste terre confiscate alla ndrangheta. Vasti terreni confiscati due volte: la prima negli anni Cinquanta ai nobili latifondisti a causa della riforma agraria e la seconda negli anni Novanta alla potente famiglia degli Arena.
Ho provato grande ammirazione per i soci della cooperativa Terre Joniche che, tra mille difficoltà e molta indifferenza, riescono a mandare avanti la loro scommessa di un lavoro onesto e pulito.
Mi porto a casa l'aria fresca del mattino sulla mia pelle mentre raccolgo i fagiolini e strappo le erbacce nell'orto della cooperativa oppure mentre aiuto a ripulire dalle erbe infestanti il bel giardino aromatico del podere Cepa, anch'esso confiscato e assegnato alla cooperativa per usi sociali.

Così come mi porto a casa un campione di baccelli di ceci, cicerchie e favino a cui ripenserò quando sarò a vendere i prodotti di Libera nella bottega di cui sono volontaria.

giovedì 23 luglio 2015

Campo di Libera ad Ottaviano

"E' il primo campo di Libera che fai?"
"No, veramente, sono al sesto campo..."
Immancabilmente l'interlocutore sgrana gli occhi: "Accidenti! Il sesto campo!"
Ebbene sì, mi sento un po' marziana, ma alla mia veneranda età di 52 anni mi sono fatta il sesto campo antimafia ad Ottaviano, paese alle pendici del Vesuvio, tristemente noto come patria di Raffaele Cutolo.
Un campo diverso dai precedenti per vari motivi. Innanzitutto non si trattava di collaborare con una cooperativa agricola, ma con i volontari del Parco Nazionale del Vesuvio e soprattutto di Legambiente. Il parco è molto bello ma purtroppo deturpato da continui abbandoni di rifiuti, che in parte abbiamo contribuito a ripulire. I volontari sono veramente eroici nella loro quotidiana lotta contro le ditte illegali che abbandonano scarti di lavorazione ma anche semplici cittadini che buttano di tutto tra i bei boschi di lecci, querce e sughere.
Un'altra sopresa è stato il gruppo. Dopo un paio di campi overage, mi sono toccati una ventina di adolescenti dai 15 ai 21 anni. Adoro i giovani e li preferisco senz'altro ai pensionati, ma inevitabilmente il gap generazionale si sentiva, anche se mi divertivo a spiare le loro personalità e i loro comportamenti nel gruppo. Mi ha colpito come affrontassero nelle loro conversazioni temi difficili e profondi, tipo sull'esistenza di Dio o sul senso da dare alla vita.
Infine il campo è stato particolarmente pesante per il caldo (altri campi nello stesso periodo non erano così), e per la logistica infelice.
Insomma, torno stanca e tormentata da una noiosa nevralgia, però contenta di avercela fatta e poi... alla fine... mi mancano i "miei" ragazzi con le loro facce pulite e i loro sguardi aperti sul mondo.


martedì 16 settembre 2014

Campo di Libera a San Giuseppe Jato


Non stupisce che l'Alto Belice Corleonese abbia vinto nel 2012-2013 il premio "Paesaggio del Consiglio d'Europa". In effetti non ci si stancherebbe mai di ammirare queste colline solcate da vigneti sotto un cielo terso. 
In questa parte di quel magnifico triangolo posto al centro del Mediterraneo che è la Sicilia, operano sulle terre confiscate ai mafiosi tre cooperative agricole: la Placido Rizzotto, la Pio La Torre e la Lavoroenonsolo.
Fa piacere apprendere che vi è collaborazione tra le tre realtà tanto che esse utilizzano le stesse cantine per la trasformazione delle uve e spesso integrano le loro materie prime per ottenere la più alta qualità dei loro vini.
Fa piacere sentire che i tempi in cui la Placido Rizzotto era costretta a fare la trebbiatura scortata dai Carabinieri o quelli dei sabotaggi alle colture e ai mezzi agricoli sono lontani ricordi.
Fa piacere scoprire che il saldo positivo del bilancio del consorzio Libera Terra fa di questa scommessa una vittoria sullo scetticismo.
Fa piacere sentire che a San Giuseppe Jato, San Cipirello e Corleone non si respira più quella cappa di omertà e di paura di un paio di decenni or sono. Certo, la mafia c'è ancora, ma non è così forte e così pervasiva come purtroppo è nel Trapanese e ancora di più in Calabria.
Un campo molto piacevole e confortevole questo appena concluso a San Giuseppe Jato. L'esiguo gruppo di partecipanti (tra l'altro molto collaborativi) ha reso tutto più facile. E poi, che gran soddisfazione la vendemmia di bionda uva Grillo (destinata all'ottimo omonimo vino)!
Che bello riempire ceste su ceste insieme gli infaticabili operai Giacomo, Roberto, Dario, Rosario, Gianni e tutti gli altri e tornare alla villetta (ex proprietà di Vito Brusca) con la pelle puzzolente di verde rame, ma felice!


Ed infine come dimenticare il gelo di angoscia provato nel bunker nel quale fu tenuto prigioniero e poi ucciso il piccolo Giuseppe Di Matteo e, d'altro canto, la calda passione dell'ottantanovenne Mario, sopravvissuto alla strage di Portella della Ginestra?
Sarà forse che nelle mie vene scorre per metà sangue siciliano, ma qui ci devo proprio tornare presto. Magari per un bel giro pizzofree.



venerdì 6 settembre 2013

Torchiarolo: le operaie salentine e i pensionati dello SPI CGIL

Torchiarolo, 30 agosto 2013

Il disco rosso appena sopra l'orizzonte apre la nostra giornata: buon giorno Puglia! Il tempo asciutto e ventilato ci assicura un'altra mattinata di vendemmia finalizzata alla produzione di passito da Negroamaro. In realtà il nostro compito consiste nel fare da assistenti alle cinque operaie addette alla vendemmia medesima. Come sono belle queste donne, quasi tutte bene in carne, con i loro cappellini dai quali spunta la coda di cavallo, con i loro portaoggetti cuciti in casa legati alla vita! Mi ha sempre colpito come le donne appena stanno insieme riescano a raccontarsi di sé anche se non si conoscono affatto. Così in poco tempo, dallo scambio di ricette si passa al racconto delle loro preoccupazioni per i figli, avuti tutti in giovanissima età, del lavoro che manca, al racconto dei loro parti, della fatica di lavorare sui campi ma “sia ringraziato Dio” che oggi almeno la giornata si guadagna, dei loro anni trascorsi in Germania a seguito del marito emigrato. Allora tocchi con mano la distanza che ci può essere tra il tuo destino di impiegata pubblica con media istruzione abitante al Nord e queste donne, ti vengono in mente le scartoffie che ti aspettano in ufficio e ti rendi conto che Concetta, Antonella, Enza, Giovanna e Vanda te le porterai nel cuore con il loro sorriso e il loro incomprensibile dialetto salentino.

Un campo interessante ma non entusiasmante quest'ultimo a Torchiarolo. Le cose che ho apprezzato maggiormente sono state la bella villa Santa Barbara, l'aria fresca e piacevole, il cielo terso e il lavoro agricolo che mi ha fatto sentire davvero partecipe ai prodotti della cooperativa Terre di Puglia (consorzio Libera Terra). La cosiddetta "formazione", cioè l'incontro con protagonisti dell'antimafia locale, è stata un po' carente. Sulla mafia pugliese torno a casa sapendone quanto priama. Ma soprattutto un campo abbastanza anomalo per quanto riguarda i compagni: invece di trovarmi solitaria tra ventenni, ho convissuto con ben otto pensionati dello SPI CGIL tra i 65 e i 70 anni, oltre ad una giovane campista ventenne ed alle tre coordinatrici. L'interazione con e tra questi anziani 24 ore su 24, condividendo due bagni in diciassette, i pasti, le pulizie, ecc. non è stata facile, come si poteva prevedere anche se, tutto sommato, è andata bene, grazie al fatto che erano tutte fondamentalmente persone simpatiche e alla mano.
Invecchiare mantenendo elasticità mentale e spirito di adattamento non è affatto facile e necessita di continuo esercizio (e difatti è proprio questo uno dei motivi per cui partecipo a questi campi). E' noto che invecchiando si diventa testardi e indisciplinati. Si può immaginare la fatica delle povere tre giovani coordinatrici.

Qui un piccolo racconto fotografico del campo

lunedì 22 luglio 2013

Al di là dei sogni

Partita con il sogno di fare rifornimento quanto a fiducia nel futuro, voglia di impegnarmi, di superare la sindrome del "tanto non cambierà mai nulla", il campo di volontariato di Libera a Maiano di Sessa Aurunca non solo è stato all'altezza delle mie aspettative, ma mi ha anche riservato delle sorprese.
Una settimana in cui mi sono sentita catapultata anni luce dalla mia vita consueta: convivendo dal mattino alle sei a mezzanotte ed oltre, in un piacevole ambiente di campagna, con compagni eccezionali (quasi tutti giovani ma che non mi hanno fatto assolutamente pesare il gap generazionale); sporcandomi le mani con la bella terra della Campania felix; assaporando la soddisfazione di mangiare i fagliolini colti da noi; provando la rabbia e la commozione dei momenti di formazione con parenti di vittime di camorra e attivisti impegnati nel sociale come il grintoso don Maurizio Patriciello.
Inaspettato e piacevole inoltre il contagio riguardo ai ritmi lenti e pacifici delle persone che ci hanno ospitati, i tempi dilatati che mi hanno fatto mollare subito quella tensione frenetica del fare, da sempre compagna inseparabile della mia vita quotidiana. Possibile tornare da un campo di lavoro così rilassata?
L'altra sorpresa, ancora più importante, è stata il contatto, volutamente non preannunciato, con persone svantaggiate, soci della cooperativa che gestisce il bene confiscato, persone con disagio fisico e psichico, con un passato burrascoso e doloroso alle spalle. Ho imparato, io che ho sempre paura di cadere nel pietismo in questi casi, a rapportarmi con loro in modo naturale, a trattarli come persone e non come malati. Ciò mi ha arricchito molto e sono contenta di apprendere che la nostra presenza giornaliera di volontari è di per sé terapeutica e aiuta queste persone ad abbattere la cura farmacologica.
Il presidente della cooperativa di Maiano di Sessa Aurunca, con la sua carica e la sua umanità ha ammaliato tutti. Il primo giorno ci ha accolti raccontandoci le numerose difficoltà incontrate da quando, con gli altri soci, gli è stato affidato questo bene confiscato al boss Antonio Moccia, consegnato loro assolutamente fuori norma e inservibile, le devastazioni dubite a spregio, gli intralci burocratici e, ciò nonostante, i loro progetti sempre più ambiziosi (l'agriturismo con fattoria didattica, l'orto sinergico, il giardino dei sensi, ecc.). Mi è parsa assai interessante la sua lotta all'interno di Libera per superare i limiti del consorzio Libera Terra, che è stato sì un ottimo punto di partenza, ma che, secondo lui, deve vincere la sfida di vendere i prodotti di Libera al Sud ove essi acquisterebbero un significato assai più importante. In caso contrario, ritiene il presidente, i prodotti come la mozzarella della legalità, attualmente venduta solo ai consumatori consapevoli del Nord come i gruppi di acquisto solidale, rimangono un fiore nel deserto.
Si torna a casa con una marcia in più. Se ce la fanno loro, se ce la fa Ciro Corona di Resistenza Anticamorra di Scampia, se ce la fa Anna Cecere della sartoria sociale Made in Castel Volturno, se ce la fanno i ragazzi di NCO Nuova Cucina Organizzata, tra mille problemi grossi come case, è ridicolo preoccuparsi dei miei banali problemi di burocrate supertutelata.
"I sogni non si devono fermare mai" ci ha detto Anna Cecere. E non per nulla siamo stati sospitati dalla cooperativa "Al di là dei sogni".

Qui alcune foto del campo

lunedì 15 luglio 2013

In partenza per le Terre di Don Peppe Diana

Leggo che Maria Carmela Lanzetta, coraggiosa sindaco di Monasterace, paese della Locride, si è dimessa (recentemente ho letto la sua storia in questo libro). Probabilmente non ce la faceva più. 
Maria Stefanelli, una testimone di giustizia che da quindici anni ha visto stravolta la sua vita per collaborare con i giudici denunciando i suoi parenti ndranghetisti, assiste impotente alla scarcerazione del narcotrafficante che ha accusato e teme per la sua incolumità. 
Antonio De Masi, imprenditore della Piana di Gioia Tauro che si è opposto al racket e vive sotto scorta, è costretto a chiudere la sua azienda perché non arriva il mutuo agevolato per le vittime di usura.

Oggi parto per un nuovo campo antimafia con tanta voglia di fare e di imparare ma anche con tanto scoramento per lo stato di illegalità in cui versa questo nostro povero paese. Ho urgente bisogno di un'iniezione di impegno civile. La responsabile del campo mi ha rassicurato che provvederanno loro. "Stai tranquilla...ti shokkeremo noi!" mi ha scritto. Speriamo davvero.


 

domenica 26 agosto 2012

Dove nascono le arance della legalità


Alfio C. sprizza simpatia dai suoi occhi azzurri e scintillanti, ha la foto di Falcone e Borsellino come sfondo per il cellulare e conosce tutte le canzoni dei Pooh che canta con passione al karaoke. Giuseppe sa fare di tutto, da tutti i lavori agricoli, alla pizza, alla carbonara, ad aggiustare le macchine ed è una miniera di informazioni e di racconti sulla sua terra, il Lentinese, tra Catania e Siracusa. Anche suo figlio Alfio V. ha la foto di Falcone e Borsellino sul cellulare. Alfio, che non ha ancora diciassette anni, è bravo a scuola e tutta l'estate si alza alle cinque per lavorare in campagna. E' lui che, serio e responsabile ma anche aperto ed allegro con i suoi vispi occhi neri, ci istruisce e ci segue nei lavori da fare nei campi. A Rosario piacciono invece i Liftiba ed anche lui è instancabile su e giù con il trattore nell'agrumeto. Alessia invece, con il suo sorriso solare ma anche con la sua fermezza e praticità, si occupa della gestione di Casabianca, della spesa, della cucina, di rispondere a tutte le mille richieste dei volontari.
Queste le squisite persone della Cooperativa Beppe Montana, che gestisce i terreni confiscati alle famiglie mafiose dei Riela e dei Nardo, tra Catania e Siracusa, e produce, con mille sacrifici e mille difficoltà, arance rosse, olio, pasta ed altro.
A ciò ci aggiungerei il rilassante paesaggio della piana di Catania con la sua distesa di agrumeti, il maestoso Etna che la domina, il vento teso che ci ha refrigerato per tutta la settimana, le splendide albe, le luci dei paesi in lontananza la sera, il cielo stellato, gli ottimi compagni che ho conosciuto e con i quali ho diviso questi sette giorni (tutti giovani bravi, responsabili, collaborativi e molto simpatici), le docce nelle ex-stalle dove i Riela tenevano i cavalli per le corse clandestine, gli ulivi da ripulire dai polloni, le innumerevoli pietre da spostare sull'appezzamento da destinare ad orto.
Questo e molto altro il campo di volontariato per Libera a Belpasso. Un'ottima esperienza dalla quale ho ricavato molto di più di quello che ho dato.

Alcune foto del campo.
Articolo di Nando Dalla Chiesa sulla cooperativa Beppe Montana.

martedì 26 luglio 2011

Sui campi di Libera

Era da un po' che coltivavo l'idea di partecipare ad un campo di lavoro sui terreni confiscati alla mafia. Ecco che, messi da parte dubbi e paure, sono partita per il campo Valle del Marro - Polistena.
Le mie ansie di non essere all'altezza fisicamente sono state presto fugate. Certamente le quattro ore di diserbo manuale tra i filari di melanzane mi hanno dato la misura di quanto sia duro lavorare la terra ma sono state anche di soddisfazione. Ridonare luce e aria ai preziosissimi frutti eliminando le tenaci erbe infestanti sotto il cocente sole del Sud, con la pelle cosparsa di terra, dà proprio la sensazione di fare qualcosa di concreto e di antico. Per il resto il lavoro è stato di lavaggio e pelatura delle melanzane: compito ripetitivo ma eseguito all'ombra, da seduti e chiacchierando amabilmente con i compagni di campo.
Un'altra molla che mi ha spinto a fare questo tipo di esperienza è stato il voler capire meglio la realtà del Sud e le difficoltà di un'attività economica ove la criminalità organizzata pesa come un macigno. Su questo punto devo dire che noi abitanti del Nord sensibili ai temi della legalità abbiamo aspettative eccessive quanto a voler capire il fenomeno nella sua interezza. E' chiaro che in una settimana si può afferrare poco di una situazione complessa, fatta di molte sfaccettature e non si può pretendere che i referenti locali di Libera ci additino i mafiosi che incontrano per strada. Detto questo, alcune attività proposte durante questo "campo di volontariato e di studio sui beni confiscati alle mafie" sono state molto interessanti e coinvolgenti. In particolare mi ha colpito il palazzo confiscato a Polistena dove, al posto di un bar luogo di spaccio e violenze di ogni genere, si sta realizzando un centro per attività sociali, ostello e poliambulatorio di Emergency, proprio davanti ad un paio di negozi degli ex proprietari implicati nelle attività illecite. E poi l'evento inevitabilmente più toccante: la marcia tra i boschi dell'Aspromonte al fianco dei famigliari delle vittime innocenti, che ci hanno raccontato ciascuno la propria storia di dolore, fino al luogo dove sono stati ritrovati i resti di Lollò Cartisano, fotografo e commerciante di Bovalino che aveva denunciato i suoi estorsori.
Infine una delle cose più positive del campo è stato il piacere di stare in mezzo ai giovani, ragazzi e ragazze da tutta Italia, dai 16 ai 30 anni, che, con la loro freschezza, i loro sorrisi, i loro sguardi puliti, la loro capacità di ridere di niente, la loro tenera simpatia, non solo non mi hanno fatto sentire fuori posto, ma mi fanno dire che durante questa settimana mi sono proprio divertita.