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domenica 5 marzo 2017

Pranzo con i vecchi compagni di scuola

 
A dirla tutta non avevo granché voglia di andare a questo pranzo con i vecchi compagni di scuola. Da più di due mesi sul relativo gruppo Whatsapp imperversano i "buongiorno", le faccine che buttano baci, i cuoricini e la retorica dei buoni sentimenti.
Tuttavia non è andata male.
Immaginavo un evento meno rumoroso, dove ognuno potesse parlare e farsi sentire invece di urlare sul casino degli altri. Però l'atmosfera è stata serena. Niente lacrime, molti sorrisi e battute, molta goliardia fanciullesca. Non mi è sembrato (come un po' temevo) che nessuno fosse particolarmente intento a confrontare le rughe o i capelli bianchi o la pancetta degli altri con la propria.
Ci siamo lasciati tutti con il proposito di rivedersi presto. Chissà se manterremo e chissà se avrò voglia di parteciparvi. Sono cose belle perché sporadiche ma so che non ho molto da condividere con questi ragazzi e ragazze ultracinquantenni. Vedremo.

lunedì 26 dicembre 2016

Nostalgia dei tempi della scuola?

Continua imperterrita la chat dei miei vecchi compagni di scuola. Anzi, via via ne scovano altri, anche di quelli che non ci hanno accompagnato per tutte e cinque gli anni, che entrano e danno il loro contributo.
"Nostalgia?" chiede una.
"Sì, tanta." risponde Raffaele (il promotore di queste rimpatriata), "Lo sai il perché? Perché per me quegli anni sono stati i più belli ed i ricordi sono indelebili"
Mah, mi sento un po' controcorrente. Per me quegli anni non sono stati affatto i più belli. Anni di grande tormento interiore. Soffrivo perché mio padre non mi faceva frequentare i miei compagni al di fuori della scuola (mentre loro erano più liberi, potevano uscire e condividere cose che a me erano precluse). E poi non mi piacevo, non accettavo il mio corpo, mi sentivo brutta (come tutti i ragazzi e le ragazze dai 14 ai 18 anni del resto). Avrei voluto essere grande, matura e sicura di me e invece ero immatura, timida, complessata. Odiavo l'estate perché, finita la scuola, non avevo più contatti con i miei coetanei (che tra l'altro, salvo qualche nobile eccezione, non mi cercavano nemmeno).
Insomma non tornerei mai a quel periodo. Molto meglio quello successivo quando cominciai a lavorare e a rendermi autonoma. Potei così ribellarmi a mio padre e prendere in mano la mia vita anche se il prezzo da pagare fu rinunciare all'università, lavorare dall'età di 19 anni per poter andare a vivere da sola a 22.
Tuttavia non so quanto i miei compagni siano obiettivi in tutta questa nostalgia. L'adolescenza è un periodo importante di costruzione del nostro sé ma raramente è un periodo sereno.
Si noti l'aria tra lo spaurito e lo sconsolato che avevamo pur essendo in gita a Venezia!

domenica 18 dicembre 2016

Quando il passato ti bussa su Whatsapp


"Raffaele sta organizzando una cena con tutti i compagni della V D. Posso dargli il tuo numero?" mi chiede una mia amica (l'unica con cui sono rimasta in contatto dai tempi della scuola.
"Sì, certo." rispondo io.
Queste rimpatriate non mi entusiasmano. Di solito si sbircia sul corpo degli altri i segni del tempo passato sperando di esserne immuni e soprattutto si ricrea la stessa atmosfera goliardica, gli stessi lazzi di quando non avevamo ancora vent'anni.
Tuttavia, un po' la curiosità, un po' l'affetto per quella parte di me che i miei vecchi compagni di scuola rappresentano, ho intenzione di partecipare a questa cena.
Pochi minuti dopo mi trovo iscritta sul gruppo Whatsapp "V° D il mito 1981" creato da Raffaele (il nome è di fantasia come tutti i successivi) e lì comincia il carosello di "buon giorno... buona notte... freddino stamani... " faccine, cuoricini, tazzine di caffé ed emoticon vari.
La tentazione è quella di abbandonare subito il gruppo e difatti tre o quattro dei miei compagni abbandonano subito (senza neanche un saluto!). Ma poi mi dico che magari basta silenziare le notifiche e leggere solo quello che mi interessa, tanto per arrivare preparata alla cena e non fare gaffe.
E così emergono anche pezzi di vita...
"Siete tutti sposati? A me non mi ha voluta nessuno..."
"Io mi sono sposata e separata e poi dopo quattro anni siamo tornati insieme..."
"Io ho fatto il bis... e adesso ho una moglie fantastica!"
"Io vivo insieme alla mia mamma e al mio gatto. Sono stata 26 anni insieme ad uno ma sempre ognuno a casa propria... adesso è morto da 8 anni. L'unico rimpianto che ho è di non aver avuto dei figli ma col senno di poi e per come va oggi il mondo forse è stato meglio così."
"Sonia è l'altra metà del mio cielo: a volte nuvoloso a volte sereno. Sono sposato da 27 anni con two girls Arianna di 24 anni ed Emanuela di 17."
"Lavori sempre alle Poste?"
"Niente Poste, mi sono licenziata dopo 12 anni per seguire i miei bambini."
"Io sono emigrata da Firenze sulla provincia di Siena. Ho girovagato un po' per vari uffici e poi dopo 30 anni mi è toccata casa ma questa è la vita..."
"Tu fai ancora mercati?"
"Sì, ormai non ne levo piu le gambe. Comunque mi piace anche se è molto faticoso. Mi dà ancora un sacco di soddisfazioni nonostante la crisi."
"Vi ricordate come ero ciuca? Quando finì la scuola dissi che non ci avrei messo più piede. Ebbene sapete dove va a scuola mio figlio??? Proprio lì! Fortunatamente non è ciuco come la mamma!"
Pezzi di vita che emergono. Vite normalissime. Le associo alle facce delle ragazze e dei ragazzi dei miei ricordi. Alcuni rivelano la stessa identica personalità di allora. Altri sembrano assai diversi. Ragazze timide e complessate che invece chattano a tutto spiano e spiattellano cose anche intime. Sarà che dietro la tastiera ci si sente tutti coraggiosi? Sarà la solitudine?
Non so se resisterò allo stillicidio di decine di messaggi al giorno fino alla cena prevista per metà gennaio. Vedremo.
La mia vita, se a qualcuno interesserà, la racconterò a voce.

martedì 24 febbraio 2015

Partigiani a scuola

Mattinata presso una scuola media con un partigiano ed un altro compagno dell'ANPI a spiegare ai ragazzi che cosa è stato il fascismo, l'importanza della Costituzione e così via. Il mio compito era solamente quello di occuparmi delle riprese. 
Mentre i miei compagni parlavano guardavo questi tredicenni: diversi stranieri, soprattutto cinesi, che probabilmente non stavano capendo quasi nulla, alcuni chiacchieravano tra loro, altri probabilmente immersi nei loro pensieri e nella loro lotta interiore tra l'infanzia che si allontana e la maturità che stenta ad arrivare. Le femmine già con l'aspetto di donna e i maschi che invece sembrano ancora bambini. Alcuni prendevano appunti (che nell'intervallo ho sbirciato). Tuttavia alcuni sembravano davvero attenti e coinvolti, soprattutto durante l'infervorato discorso del partigiano, che è davvero bravo in queste occasioni. Uno ci ha chiesto di farsi un immancabile selfie con noi.
Servirà? Germoglierà qualcuno dei semini gettati stamani? Non lo so, però l'intelligenza e la curiosità che brillava in fondo allo sguardo di alcuni fa ben sperare e comunque ripaga di ogni energia investita in queste cose.


giovedì 4 dicembre 2014

Quando qualcosa brilla in fondo allo sguardo delle ragazze


Oggi sono dovuta andare a illustrare un piccolo progetto di grafica ad una classe di un istituto professionale. Una piccola cosa da fare in collaborazione tra la nostra sezione ANPI e loro. Per i ragazzi si tratta di un esercizio, per noi un prezioso ricordo nel settantesimo anniversario della Resistenza.
Ho dovuto prendere permesso al lavoro per andarci all'ora di lezione (la mattina), ho attraversato due volte la città con lo scooter, tra il traffico, la benzina da fare, ed ho preso pure un bello scroscio d'acqua tornando in ufficio.
Tuttavia non c'è prezzo che valga quel lampo di intelligenza e di interesse che ho scorto in fondo allo sguardo di quelle quattro o cinque ragazze (i maschi facevano visibilmente i fatti loro) che, non solo mi stavano a sentire, ma facevano anche domande, osservazioni, ecc.

sabato 23 novembre 2013

Accendere un fuoco dentro ogni alunno

Le rappresentanti dei genitori al consiglio di classe di mio figlio (quarta liceo scientifico) scrivono sul resoconto: "Durante questa discussione è emerso ancora una volta che, in generale, a parere dei docenti la classe ha un atteggiamento di non entusiasmo per lo studio, per la voglia di sapere. Studiano per i compiti o per le interrogazioni."
E come meravigliarsi? Non sono uno di quei genitori che si erge sempre e comunque a difesa del proprio figlio o che si permette di interferire nel lavoro degli insegnanti, per esempio (come fanno molti) protestando perchè vengono dati troppi compiti a casa. Tuttavia se c'è una cosa che chiederei agli insegnanti è proprio la capacità di suscitare nei ragazzi l'interesse, e possibilmente l'entusiasmo, per ciò che insegnano. Mi pare che sia proprio quello che distingue un insegnante mediocre, che si limita a fare il suo lavoro di impiegato dello Stato, da uno bravo che riesce a trasmettere curiosità e/o passione per il sapere in genere. Mi sbaglio?
Me lo conferma  Eraldo Affinati, autore del libro "Elogio del ripetente" ed ospite a Pane quotidiano, la nuova trasmissione di RAI3 condotta da Concita De Gregorio, che ha più che egregiamente sostituito Corrado Augias.
Eraldo Affinati insegna da trent'anni all'Istituto Professionale Carlo Cattaneo, situato dentro la Città dei Ragazzi, un'esperienza educativa formidabile, nata subito dopo la seconda guerra mondiale con l'idea di accogliere gli orfani e oggi popolata da una sessantina ragazzi stranieri, i cosiddetti Minori Non Accompagnati (ne parlai in questo vecchio post).
"Sono sempre stato attirato dalle ultime ruote del carro, dai ragazzi ribelli e difficili," dice Affinati. "I ragazzi arrivano da noi come se fosse l'ultima spiaggia. Se falliranno, abbandoneranno per sempre la scuola. Bisogna quindi conquistare la fiducia di questi ragazzi, che nella loro vita hanno avuto a che fare con adulti poco credibili che li hanno ingannati."
Affinati ammette di essere stato uno studente piuttosto riottoso e per questo capisce la solitudine e l'indisciplina dei suoi studenti. "Insegnare significa anche scendere dentro noi stessi. Nei propri panni e nei loro panni. A casa mia non c'erano libri. I miei genitori erano due orfani. In fondo sono diventato scrittore ed insegnante per risarcire i miei genitori della fortuna che non ebbero. Insegnare significa curare una ferita, negli altri e in se stessi. Attraverso la cura che io faccio oggi ad Ivan, a Karim, ad Omar, a Gianni o a Claudio è come se curassi anche me stesso."
Secondo Eraldo Affinati bisogna distinguere il 6 di Giorgio, cresciuto con la mamma che gli raccontava le favole, in una casa piena di libri, dal 6 di Claudio cresciuto sul muretto di strada e che equivale ad un 9. Quello che conta è il progresso che un ragazzo fa.
A proposito di importanza della famiglia di origine, mi è venuto in mente un articolo di qualche tempo fa che mi aveva colpito, secondo il quale, anche sulla base di numerose ricerche, il destino scolastico degli alunni delle medie è sempre di più segnato dalle loro origini sociali, delle quali non portano alcuna responsabilità. Tutto ciò in un sistema di istruzione secondaria diviso per indirizzi ben distinti tra loro e dove la scelta della “filiera” (generalista, accademica e professionale) avviene tra i 13 e i 14 anni, un’età in cui l’influenza dei genitori è ancora forte.
E ha ragione Concita De Gregorio quando afferma che la scuola fabbrica delle risposte da imparare prima ancora delle domande, mentre si cresce proprio ponendosi delle domande e cercandone la risposta. 
Ambedue concordano che Don Milani, e in particolare Lettera ad un professoressa, è stato molto equivocato ed è stato visto come padre dell'egalitarismo indifferenziato mentre invece era molto selettivo, ma voleva tirare fuori da ciascun ragazzo la sua individualità. 
La scuola italiana di oggi invece è troppo legata al voto che certifica i risultati mentre il lavoro dell'insegnante è basato sul rapporto umano. Nei consigli di classe spesso i numeri prevalgono sull'anima delle persone. E mentre gli insegnanti di mio figlio lamentano lo scarso entusiasmo dei ragazzi, Affinati, pur comprendendo la solitudine del docente in classe, attribuisce tuttavia proprio a quest'ultimo il compito di "accendere un fuoco dentro ogni adolescente e farlo divampare senza paura che provochi una passione." Come si fa? Sentendosi coinvolti, disposti a mettersi in gioco, ad esporsi, anche a ferirsi, condividendo con i ragazzi i loro sconforti, stando insieme nella loro notte senza perdere la luce del ritorno.

venerdì 19 aprile 2013

Seguendo il filo rosso: tra lotta alla corruzione e difesa della scuola pubblica

Carlo Alberto Brioschi, autore del libro "Il politico portatile. La questione morale da Aristotile ai Simpson", ha affermato a Le Storie:

"E' stato dimostrato che il tasso di istruzione di un paese è inversamente proporzionale al tasso di corruzione. Non è un caso che questo paese abbia un 65% di persone che non sono in grado di orientarsi con i mezzi di informazione contemporanea. E' l'istruzione il primo passo."
Sarebbe più che auspicabile una seria legge contro la corruzione ma, come scriveva il buon Leopardi già nel 1820:
"L'abuso e la disubbidienza alla legge, non può essere impedita da nessuna legge". (Zibaldone, 229)

Penso che non ci rendiamo conto fino in fondo di cosa ha significato il massacro che hanno fatto alla scuola pubblica in Italia. Probabilmente l'uomo della strada pensa che siano problemi solo di chi ha i figli in età scolare o semmai di quei fannulloni degli insegnanti. Mentre invece è un danno a tutta la nostra società, anzi, una "rapina" come la definisce Alessandro Robecchi in questo articolo su Micromega: "Soltanto la superficialità di pensare che i soldi pubblici, spesi per la comunità, non siano “soldi nostri” come quelli che abbiamo in banca ci fa digerire la rapina."
Seguendo il filo rosso, hanno fatto scalpore i risultati per il nostro Paese della Ricerca sul letteratismo e le abilità per la vita - Adult Literacy and Life Skills Survey (ALL). Per il test di "prose literacy" non si trattava di fare la parafrasi di Dante ma di rispondere a domande dirette estrapolando da un testo di uso quotidiano delle informazioni tipo: per quanti giorni al massimo è possibile assumere un certo farmaco leggendone il bugiardino, cosa accade a una pianta ornamentale se viene esposta a una temperatura minima di 14 gradi o meno leggendo un brevissimo articolo, come sistemare il sellino di una bicicletta leggendo il manuale di istruzioni.
I risultati sono deprimenti come riassume questo articolo su Repubblica e come si coglie visivamente da questi grafici (ciascun livello corrisponde alle domande di cui sopra):


 Ci vorranno anni per recuperare il divario, ma intanto si può fare qualcosa per difendere la scuola pubblica a Bologna.

 «L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone» 
don Lorenzo Milani

giovedì 12 aprile 2012

Se anche De Mauro fu bocciato...

Che l'adolescenza sia un'età difficile e delicata è fuori dubbio. Si è così impegnati a costruirsi una personalità, a capire chi siamo e cosa vogliamo, a "manipolare" questo io che non è più bambino ma non è ancora adulto, che non ci restano tempo e voglia per fare quello che la società ci chiede: studiare. Studiare? A che servirà mai? Sì, va bene, come ci dicono i grandi, bisogna studiare per farci una cultura, magari forse una posizione o comunque per acquisire gli strumenti per affrontare la vita. Ma a quattordici, quindici, sedici anni altre sirene chiamano con più prepotenza: dalla voglia di affermarsi nel gruppo dei pari (quanta maggiore soddisfazione sparare cazzate tra compagni piuttosto che seguire la lezione!), al desiderio di cimentarsi in quello che ci piace (dal calcio alla musica rock) finanche al richiamo per il gioco dei bei tempi che furono (la fida playstation è sempre a portata di mano).
Ecco che in tutto questo quadro (nel quale qualcuno di famiglia si riconoscerà) tocca invece impegnarsi perché la fine della scuola incombe e c'è da rimediare le insufficienze, onde non giocarsi l'estate o, peggio ancora, l'anno.
Che il successo scolastico non misuri il valore di una persona è confermato da illustri esempi (oltre ad Einstein noto a tutti, scopro che anche Andreotti ha ripetuto la terza media). Uno di questi pare sia Tullio De Mauro, famoso linguista, professore in diverse università, accademico della Crusca ed ex Ministro della Pubblica Istruzione, il quale, intervistato a Fahrenheit sul suo ultimo libro "Parole di giorni un po' meno lontani", racconta che non ebbe vita facilissima come studente, nemmeno con i temi.
Alle medie, per esempio, si era incaponito nell'usare un periodare molto frammentato, di cui andava molto orgoglioso, perché secondo lui esso doveva mimare l'andamento di un ruscello impetuoso vicino alla sorgente per diventare più ampio via via che il fiume proseguiva il suo corso. "Periodetti singhiozzanti" fu il giudizio della professoressa sul tema.
Il ragazzo Tullio De Mauro leggeva molto anche a quell'epoca ma se lo teneva per sé, come succede a tanti ragazzi (o forse "succedeva"). Al Ginnasio fu persino bocciato da un professore che lo aveva preso di mira, rimandato ad ottobre e messo in crisi durante l'esame per farlo fallire. Il linguista afferma però di non esserci rimasto troppo male e di averlo vissuto come un anno di quiete, nel quale ebbe l'opportunità di studiare meglio e di leggere di più, un incidente di percorso quindi.
"Ha tenuto conto di queste esperienze quando è stato chiamato a fare il ministro?" chiede l'intervistatrice. "Sono state un modello di riferimento costante" risponde il professore e sottolinea la necessità della qualità degli insegnanti come risolutiva all'interno della grande complessità del sistema scolastico, elemento senza il quale l'organizzazione e gli investimenti servono a poco.
Tornando ai nostri ragazzi, al di là di quello che faranno nella vita, ritengo comunque che debbano imparare a misurarsi con le difficoltà e la scuola può essere comunque una buona palestra in questo senso.

venerdì 24 febbraio 2012

Insegnanti italiani


Figlio diciannovenne che frequenta la quinta liceo scientifico: "Ciao mamma! Sono stato a trovare il prof di matematica che si è appena operato di ernia al disco."
A: "Ah, poveretto! E come sta?"
F: "Benino. Ora riesce a stare in piedi."
A: "Quando prevede di tornare al lavoro?"
F: "Gli hanno dato quarantacinque giorni di prognosi, ma ha detto che ne prenderà solo venti perché non ci vuole lasciare al supplente in vista della maturità. Tornerà l'otto marzo."

Parlate male degli insegnanti italiani!

P.S. Si tratta dello stesso insegnante che, insieme alla collega di italiano, andò a pranzo con i genitori di una alunna che aveva gravi problemi di esaurimento nervoso sconfinante nell'anoressia e che ultimamente, pare, si stia riprendendo.

sabato 26 marzo 2011

Quale esempio!

"Alla scuola è affidata una larga parte del nostro avvenire collettivo", dice Corrado Augias in apertura della puntata di Le Storie Rai3 nella quale è stata ospite la giovane professoressa precaria Silvia Dai Prà, autrice di "Quelli che però è lo stesso", libro che racconta episodi della sua supplenza annuale presso un istituto professionale di Ostia.
Uno degli episodi centrali del libro è la visita a Montecitorio di una delle classi più indisciplinate dell'istituto. Dopo che la severissima guida che li accompagna ha ammonito i ragazzi con un: "Niente McDonald se non state zitti!", appena entrati, "dall'aula si alza un tale boato", racconta l'insegnante, "che possiamo solo stare lì muti e immobili con le braccia ciondoloni e la testa che scoppia. I parlamentari urlano mentre uno sta parlando, ma non si riesce a capisce di che cosa."
Silvia Dai Pra' descrive quello che ha visto in aula come "il delirio". "Ciascuno fa quello che vuole, chi sta sul computer, chi parla, chi fa battutine, chi guarda il sedere della parlamentare. Mi sono resaconto in quel momento", continua la professoressa, "che invece i ragazzi ci credevano in quel luogo, credevano davvero che stessimo andando nel Gotha della democrazia e quindi sono rimasti malissimo".
Come si fa a rientrare in classe e dire loro che devono stare zitti per sei ore di seguito, non accendere il cellulare, non tirare fuori il giornale sportivo e magari riesumare quell'antica severità che la riforma Gelmini vorrebbe?
"Mi sono vergognata", afferma Silvia Dai Pra'.
Come genitore capisco perfettamente l'imbarazzo provato da questa giovane supplente. Viene spontaneo chiedersi se sia meglio sospendere queste visite (come suggerisce Augias) o far comunque vedere ai ragazzi a che livello stanno le istituzioni italiane.

lunedì 14 marzo 2011

Son tutti uguali

Mattinata di colloqui con i professori (il mio sistema nervoso non regge quelli generali del pomeriggio). In attesa con altri genitori, tra un colloquio e l'altro, capita che a qualcuno sfugga un'espressione di scoraggiamento che dà il via allo sfogo generale: "Anche il mio è così, non studia, sembra che non gli importi nulla dei brutti voti, sempre a chattare, messaggiare, e Facebook, e Messanger e tutte quelle altre diavolerie pur di non studiare! Come si fa a farglielo capire? Non so più che fargli!" "E che dire del fascino irresistibile dello scansafatiche?", rincaro la dose. "Giusto! Guai a passare per uno che studia! Specialmente tra i maschi". "Le femmine sono diverse", mi assicura una mamma, "Il maschio "secchione" non è accettato."
Mi consolo quindi aspettando la prossima prof che mi dirà per l'ennesima volta: "E' sveglio e capace. Peccato che non si impegni!"
Si avvicina un'altra mamma anche lei con l'aria sconsolata: "Non so più cosa fare per la mia figliola. Fino alla terza media non mi ha mai dato problemi. Al liceo ha cominciato ad andare male. Persino quest'anno che pure è ripetente! Bocciata a settembre dopo tutta un'estate di ripetizioni!" "Forse non è la sua scuola", azzardo io. "Ma l'ha scelta lei! Fin dalla quinta elementare ha dichiarato di voler fare lo scientifico!"
Ecco mi crolla anche il mito "le femmine sono migliori". Chiedo ai miei figli che in effetti mi confermano che, per la loro esperienza, le ragazze o sono brave e studiose o sono un disastro. Difficile trovarne una della loro banda: quelli del "seino tattico".

giovedì 14 ottobre 2010

Protesta funzionale al ministro

So che suona irriverente pensarlo, ma, come d'autunno cadono le foglie, così in questa stagione si occupano le scuole. La protesta che gli studenti stanno portando avanti in questi giorni, pur partendo da motivazioni sacrosante, suona purtroppo come rito stanco. Basti notare il silenzio assordante dei media.
Anche il liceo dei miei figli è occupato. Sabato scorso hanno fatto un'assemblea dove la mozione a favore dell'occupazione con blocco della didattica (l'alternativa era l'autogestione con possibilità per chi voleva di andare in classe) ha vinto di pochissimi voti.
Da un lato li posso capire: chi come mio figlio piccolo è passato quest'anno al liceo vede di buon occhio l'idea di una insperata settimana "libera" mentre a chi gli anni passati ha occupato facendo parte della "truppa" non pare vero quest'anno di vestire i panni dei leader.
In realtà, secondo quanto mi raccontano i miei figli, a scuola in questi giorni c'è una piccola minoranza di ragazzi che passano il tempo leggendo gli articoli di giornale e giocando a carte (per tacere su altre attività meno presentabili). La maggior parte, come i miei, ne approfitta per dormire di più la mattina. Ha senso tutto questo? A volte mi sento un po' matusa e mi faccio delle remore ad esternare tali dubbi. Oggi però ho letto il comunicato che la sezione CGIL del liceo (quindi alcuni loro insegnanti) ha divulgato e mi sono rincuorata perché riporta proprio quello che pensavo io con qualche elemento in più su cui riflettere.
Dopo un preambolo in cui si ribadisce la forte critica e preoccupazione per l'attacco alla scuola pubblica da parte dell'attuale governo, il comunicato prosegue:

Purtroppo invece anche quest’anno nel nostro liceo si ripete un rito stanco e deresponsabilizzato, quale l’occupazione, che soddisfa un bisogno di socializzazione, di contrapposizione al mondo adulto, di autonomia adolescente, che però non sa produrre altro che un ribellismo incapace di confronto, non solo coi lavoratori della scuola, ma anche tra gli stessi studenti. La prima assemblea di sabato 9 ottobre ha infatti visto gli studenti spaccati a metà tra favorevoli all’autogestione e fautori dell’occupazione con blocco della didattica ed addirittura dell’accesso. Dopo una conta, che ha visto prevalere di misura la seconda posizione, nonostante la disponibilità al dialogo manifestata dalla dirigenza e da alcuni insegnanti, un gruppo di studenti ha preferito andare allo scontro con insegnanti ed ATA e, a suon di spintoni, occupare l’edificio. [...]
Questo tipo di protesta chiude tutti in un angolo ed è funzionale al ministro, che ha così la possibilità di dimostrare quanto sia tollerante nei confronti degli oppositori, ma anche quanta pochezza ci sia nelle proteste degli studenti. Il non prenderle neppure in considerazione, da parte delle forze dell’ordine e degli uffici scolasti regionali, va messo a confronto con la violenza istituzionale usata invece per sciogliere pacifiche manifestazioni di cittadini o lavoratori, magari anche autorizzate.

La Gelmini sa infatti che, lasciata sfogare la protesta di questa settimana, tutto tornerà come prima, con le assemblee d’istituto da 20 studenti, consigli d’istituto senza rappresentanti degli alunni, mai nessuna richiesta di discutere di ciò che sta accadendo. Tutto questo da anni impedisce anche lo sviluppo di un movimento di vera opposizione che faccia crescere la consapevolezza culturale, politica e civile nelle nuove generazioni.
In questo senso va anche interpretata la “tolleranza” delle istituzioni verso le occupazioni e la relativa interruzione di pubblico servizio, in un momento in cui, invece, ben altre risposte hanno avuto pacifiche manifestazioni civili e sindacali, sciolte a manganellate.

mercoledì 17 febbraio 2010

Ma chi lo deve dare il buon esempio?

Forse perché sono un po' ansiosa ma se c'é una cosa che mi irrita è la mancanza di puntualità. Un contrattempo può succedere a tutti ma quelli che arrivano sistematicamente in ritardo mi fanno imbestialire. La trovo una grande mancanza di rispetto. E' come se il loro tempo valesse di più di quello delle persone che li stanno aspettando. Forse perché hanno succhiato quest'ansia insieme al latte, i miei figli sono piuttosto puntuali (ma per fortuna non ansiosi come la mamma).
L'altro giorno il grande mi raccontava invece che i suoi amici, con i quali fa insieme la strada per andare a scuola, sono sempre in ritardo di dieci, quindici, venti minuti e talvolta addirittura saltano la prima ora. Mio figlio alla fine ha smesso di aspettarli e se, ad una certa ora non li vede arrivare, si incammina. Gli ho chiesto che cosa succede quando arrivano a scuola in ritardo e pare che alcuni insegnanti si arrabbino mentre la maggior parte lascia correre. Gli ho chiesto cosa dicono i genitori quando devono giustificare l'ora saltata e pare che non battano ciglio. D'altra parte, a quanto mi dice mio figlio, anche gli insegnanti non sono puntuali. Si va dai cinque/dieci minuti della maggior parte ai venti/trenta di una in particolare.
Sarò moralista ma mi turba il pensiero che se, come auguro loro, questi ragazzi prima o poi lavoreranno, difficilmente potranno non rispettare un orario. Non a caso mio figlio mi ha chiesto: "E' vero che al lavoro se uno arriva in ritardo gli tolgono una parte di stipendio?" "Dipende dove lavori. Chi te lo ha detto?" "Il Mister. Dove lavora lui fanno così".
Ecco, prima che ci sbattano la testa, non sarebbe il caso di abituarli sin da piccoli che la puntualità non è un optional?
Se non lo danno gli adulti di riferimento (famiglia e scuola), chi lo deve dare il buon esempio?

lunedì 1 febbraio 2010

Incontri mattutini

Quando si prende tutte le mattine lo stesso autobus finisce che ci conosciamo tutti almeno di vista e se qualcuno talvolta manca capita di chiederci che gli sarà successo. Così tutte le mattine la vedo salire, talvolta dopo aver fatto una bella corsa perché in ritardo. Avrà sui 14-15 anni. Con il suo look un po' antiquato, i capelli sottili un po' crespi, il fisico non troppo asciutto anzi un po' abbondante, gli occhiali, un po' di peluria sopra le labbra, lo zaino con l'orsacchiottino di peluche attaccato, l'ombrellino piegevole in mano se anche solo c'è qualche nuvola. Niente jeans né stivali ma pantaloni della tuta (o comunque un po' larghi) e scarpe da ginnastica. Chissà come la prendono in giro perché bruttina e un po' sfigatina. Chissà come soffre per non essere fashion come altre sue compagne. Scende un paio di fermate prima della mia. Non so quale scuola frequenti. Mi fa tanta tenerezza che mi verrebbe voglia di abbracciarla.
Una mattina il 57 ha saltato la corsa e la cosa non è indolore perché passa ogni 20-30 minuti. Infatti anch'io ero molto seccata. Così ho visto la mia compagna di viaggio con l'aria di chi sta sulle spine finché, giunti alla sua fermata, si è catapultata fuori e ha iniziato a correre a perdifiato con tutto il peso dei libri sulle spalle. Ho pensato ai miei figli i quali, anche quando sono in ritardo (e non certo per colpa dei mezzi pubblici perché sono fortunati e vanno a scuola a piedi in dieci minuti), non fanno una piega e continuano a camminare con lo stesso blando ritmo di quelli che hanno tutta la vita davanti. Ho immaginato invece l'ansia di questa ragazzina e il suo timore per il rimbrotto dei professori. Avrei voluto offrirmi di farle la giustificazione.

mercoledì 6 gennaio 2010

Che me ne faccio del latino?

"Che me ne faccio del latino, se devo dire pane al pane, vino al vino?" Così cantava Gianni Morandi in una canzone di tanti anni fa citata in apertura della puntata di Fahrenheit Radio3 nella quale Carlo Bernardini, fisico di fama mondiale, e Carlo Carena, docente di Letteratura Latina, sono stati chiamati a dare il loro parere sull'utilità dello studio del latino oggi.
Lo spunto è dato dalla notizia che in Gran Bretagna, dopo oltre 40 anni, propongono di inserire il latino addirittura nelle scuole elementari perché ritenuto un ottimo modo per introdurre i bambini alle lingue straniere.
Il latino serve? Serve per imparare altre lingue moderne? E' il caso di mantenerlo obbligatorio nelle scuole?
Il professor Carena, che pure lo insegna, ritiene non si può imporre lo studio di questa lingua a tutti i giovani e chiedere loro di sacrificare molte ore (pare siano 2000 al liceo classico) per acquisire quella forma mentale che è ad essa collegata, avendo altre cose che fruttano altrettanto come apprendimenti (fisica, geometria, filosofia, letteratura).
Il latinista è d'accordo sul fatto che i valori intrinsechi nella cultura classica sono fondamentali del consorzio civile umano, ma secondo lui si possono acquisire tranquillamente con una bella traduzione. Piuttosto lamenta la mancanza di confidenza degli studenti verso l'Italiano più che verso il latino.
Carlo Bernardini, che in un articolo ha chiamato lo studio delle lingue classiche "gioielli ereditari", ritiene la fissazione per esse "una stranezza della cultura dominante dell'alta borghesia che vedeva nel latino una tratto distintivo di appartenenza sociale". Il fisico propone che il latino sia lasciato opzionale mentre sia curata di più la preparazione scientifica che attualmente è molto carente. Bernardini trova, per esempio, che sia un dramma che la maggior parte degli Italiani non sappia cosa ha scritto Galileo, sia per la lingua che per il contenuto.
Questo argomento è di particolare attualità in casa mia in quanto nei prossimi mesi dobbiamo iscrivere mio figlio minore alla scuola superiore. Mio figlio è orientato per iscriversi allo stesso liceo scientifico del fratello ma è attratto dal nuovo indirizzo (o meglio dalla nebulosa "opzione", da attivarsi senza oneri ulteriori per lo Stato) "tecnologico" dove, a fianco di un maggior numero di ore di materie scientifiche, viene tolto il latino e diminuite le ore di altre materie umanistiche.
Voi che ne pensate?

Consiglio anche l'articolo Vivalascuola. A cosa serve il latino?

sabato 12 dicembre 2009

Allora, come va mio figlio?

Sono reduce da un massacrante pomeriggio trascorso al liceo di mio figlio: dalle 15.30 alle 17.30 per 4 colloqui con altrettanti professori ciascuno di durata dai 30 secondi ai 3 minuti.
In casa la discussione si ripete ogni anno da quando il figlio era alle medie: servono veramente questi colloqui? Gli insegnanti hanno davvero piacere di parlare con TUTTI i genitori oppure, tranne che per alcuni casi particolari, basta che questi siano a conoscenza dei voti?
Mi piacerebbe un parere delle amiche blogger insegnanti o ex insegnanti.
Mio marito (che tra l'altro per un breve periodo ha insegnato) è convinto che non serva a nulla andare a parlare con i professori, soprattutto con quelli delle materie che hanno poche ore e che quindi non sono in grado di conoscere i ragazzi più di tanto.
Io invece ritengo che si debba andare per vari motivi: 1) dimostrare al figlio che ci interessiamo di lui; 2) dimostrare al professore che ci interessa il suo lavoro; 3) scoprire un ritratto di nostro figlio da un'angolazione diversa. Devo dire che quest'ultimo scopo lo si ottiene raramente. Il più delle volte (e in questo ha ragione mio marito) il colloquio si svolge in trenta secondi con lo sciorinare dei voti e con il classico mantra "potrebbe fare di più", "le capacità ci sono ma non si impegna", "ha poca voglia". Mi chiedo che cavolo dicono a quelli che ci schiacciano venti minuti. A me non è mai capitato. Ci aggiungerei infine anche un minimo di socializzazione e di conoscenza degli altri genitori durante le lunghe attese.
Tornando a casa, dopo l'estenuante pomeriggio in gran parte fatto di attesa in piedi sulla soglia della porta sperando che non spuntino quelli in lista prima di me (che immancabilmente compaiono quando ho già un piede dentro l'aula), pensavo come sarebbe più proficuo per tutti organizzare dei colloqui via Skype o in audio/video conferenza con prenotazione. Fantascienza, lo so. La scuola pubblica, ora come ora, è già tanto se ha la carta igienica nei bagni.

mercoledì 4 novembre 2009

Mettersi in gioco

Ieri ho partecipato alla prima riunione del "Gruppo ambiente" al liceo di mio figlio. Si tratta di un'attività volontaria di due insegnanti volta a sensibilizzare i ragazzi sulle tematiche ambientali (raccolta differenziata, acqua potabile, ecc.). E' rivolto principalmente ai ragazzi ma sono invitati anche i genitori. Mio figlio non ha voluto parteciparvi e mi ha anche preso in giro a lungo dicendomi che sarei stata l'unico genitore "tra tanti ragazzini" (salvo poi, quando sono tornata, investirmi di domande curiose per sapere chi c'era, che cosa hanno detto, cosa avete fatto ecc.).
C'erano una trentina di ragazzi (in maggioranza ragazze, tanto per cambiare) e quattro genitori. Le insegnanti promotrici hanno illustrato il programma annuale (proiezione di documentari sull'ambiente, conferenze con esperti, gite inerenti all'argomento). Dopo di ciò bisognava montare i contenitori per la raccolta differenziata e fare il giro delle classi per controllare dove questi mancavano.
I ragazzi si sono buttati subito al lavoro mentre una mamma che era con me ha chiesto timidamente all'insegnante cosa dovevamo fare noi genitori. Per un attimo infatti ci siamo sentite un po' intruse, un po' fuori luogo, ma la professoressa ci ha rassicurate dicendoci che qualsiasi nostro apporto sarebbe stato benvenuto.
Allora mi sono messa a montare i contenitori insieme ai ragazzi condividendo con loro le difficoltà, le battute e anche aiutando quelli più insicuri. Così l'imbarazzo è passato presto e mi sono anche divertita. Non è facile in occasioni come questa spogliarsi del ruolo dell'adulto che educa e mettersi a fare qualcosa fianco a fianco agli adolescenti, ma qualche volta, secondo me, è piacevole e salutare mettersi in gioco.

mercoledì 20 maggio 2009

Cuanta pasion!

"Io non voglio esserti amica, io non sono un'amica. Ne hai tanti di amici, tanti ancora te ne farai. Né voglio essere un sostituto di padre e madre. Non sono né tuo padre né tua madre. Nella mia posizione potrò, se capita, se ci va, se è il caso, essere anche un po' amica o madre o padre, ma prima di tutto io sono la tua insegnante. E questo vuol dire che sono una persona adulta che ha studiato, che si è impegnata tanto e che è stata messa lì in quel luogo che si chiama scuola per fare scuola con te: un compito alto, bello, nobile, unico. Io faccio un mestiere che è fra i più importanti e belli del mondo."
Giulia Alberico, "Cuanta pasion!"

A Fahrenheit Radio3 spesso si parla di scuola, spesso purtroppo, lanciando allarmi come nella puntata sul Rapporto 2009 della Fondazione Agnelli nella quale è stato evidenziato come si stia allargando il divario quanto a qualità tra nord e sud, come la scuola abbia perso, rispetto a qualche anno fa, la funzione di motore della mobilità sociale in un equilibrio perverso dove i figli dei genitori più acculturati e più benestanti tendono ad andare nei licei (soprattutto di certi quartieri) che contemporaneamente attirano anche gli insegnanti migliori.
Eppure, in un'altra puntata, ascoltando l'intervista a Giulia Alberico sulla sua trentennale esperienza di insegnante per un attimo mi è sembrato di toccare con mano la scuola che piace a me ed il fascino di un mestiere che sin da piccola sognavo di fare.
Con la sua voce calda, la professoressa ha parlato della sua idea di scuola inclusiva, che integra, non sanziona e non perde i ragazzi per strada, dove ogni volta bisogna relazionarsi e negoziare rispetto ai propri principi astratti, dove "ogni volta bisogna rimettere insieme le coordinate e rilanciare la sfida".
L'Alberico definisce il suo lavoro "una splendida occasione per esprimere il mio modo di stare al mondo". "Adoro le materie che ho studiato e mi è piaciuto trasmetterle all'interno di una relazione che spesso è stata frustrante, faticosa e anche un'enorme sfida, ma quando mi ha dato, perché mi ha dato, tanto è bastato perché io rilanciassi".
E poi ha raccontato della letteratura come strumento per capire il sé e il mondo, come "un tappeto srotolato sotto i nostri piedi". "Le cose passano se c'è entusiasmo.", dice Giulia Alberico, "L'entusiasmo per sua natura è gratuito e spesso è anche contagioso".
Emergono dalla sua analisi due modelli radicalmente diversi di fare l'insegnante: chi segue il programma e si limita a quello e chi entra con i ragazzi in una relazione legata alle esperienze di essi. Sembra come una scelta di partenza. Un bivio iniziale. La passione per la propria materia diventa una passione per la vita anche attraverso quella materia.
Un'altra cosa che mi è piaciuta tra quelle che ha sottolineato la professoressa è che il sapere è una cosa complessa e l'insegnante dovrebbe abituare alla complessità, combattendo il pensiero elementare di cui spesso sono portatori i ragazzi (per es. tutti per la pena di morte). Assecondarli nel pensiero elementare facilita la vita degli insegnanti così come un politico fa presto ad assecondare i pensieri elementari della gente. Analizzare, discutere, andare a fondo delle questioni è più faticoso, ma è ciò che permette la crescita.
Un mestiere temerario insomma, una sfida dove sai come entri ma non come ne esci.

lunedì 27 aprile 2009

Ci sono ragazze che ... /2

Al contrario di quella dei minori migranti, l'infanzia e l'adolescenza nei paesi industrializzati occidentali è un periodo dorato, nel senso che i nostri ragazzi, nella maggior parte dei casi e per fortuna, hanno tutto: affetto, attenzione, istruzione, una casa, nutrizione a sufficienza, possibilità di giocare e socializzare con i coetanei, cure mediche, stimoli culturali, ecc. E' giusto che sia così. Ma i nostri ragazzi purtroppo sono oggetto di attenzione anche del mercato come abbiamo visto anche in questo post.
Sarà una mia personale impressione di madre di figli maschi, ma credo che le bambine e le ragazze siano più tartassate dai modelli imposti dal mercato che le portano ad essere adolescenti precoci, Lolite troppo in erba chiamate a far parte del coro delle aspiranti veline, modelle, ballerine, fidanzate di calciatori. L'interessante puntata di Fahrenheit Radio 3 che, partendo da un allarme lanciato dall'associazione "Liber" tramite un seminario dal titolo "Ombelico generation", ha denunciato il fatto che anche la letteratura per l'infanzia si sta adeguando a questi modelli femminili "commerciali".
Secondo Loredana Lipperini, autrice di "Ancora dalla parte delle bambine", il problema non è tanto nella televisione quanto nella scuola e cita l'indagine che una giovane sociologa ha fatto sui libri di testo delle elementari. Dall'indagine è emerso che anche in questi libri il modello suggerito è quello di una femminilità leziosa, fragile, vanitosa ma anche piccina, invidiosa, pronta a farsi branco. La maggior parte delle donne adulte viene rappresentata o mentre si trucca o mentre si veste o mentre sfaccenda in casa o mentre sale su uno sgabello perché c'è un topo. Questi sono i modelli che vengono proposti alle bambine insieme ai programmi televisivi ed insieme anche ai libri che si legano a quei programmi.
Non so a voi ma a me sono venuti i brividi leggendo l'articolo di Massimo Gramellini su La Stampa dove si racconta di una maestra di terza elementare che ha indetto un concorso tra i bambini per eleggere la più bella della classe.
Loredana Lipperini sottolinea che, accanto alla scarsa qualità dei modelli, c'è anche la precocizzazione. Oggi si comincia ad essere legati a stili adolescenziali verso i dieci anni. Il target di alcuni cartoni per bambine con femminilità molto scosciata, ma anche molto stupida, sono le bambine di cinque anni. Il merchandising dedicato alle bambine di quell'età non è più fatto di bambole ma di cosmetici. Ciò si lega a quanto abbiamo visto in questo post a proposito del libro di Anna Oliviero Ferraris "La sindrome di Lolita".
Come si può pensare che anche la letteratura per l'infanzia non attui, per questioni di mercato, una rincorsa scellerata a questi modelli?

lunedì 23 febbraio 2009

Non dimentichiamoci della scuola pubblica

I riflettori sulla scuola pubblica si sono spenti ma la situazione non è affatto cambiata. I media al solito macinano i temi e quello che era d'attualità lo scorso autunno scompare e qualcuno può pensare che sia magicamente risolto. Ma non è così.
Fanno bene quindi quelli che nella scuola lavorano a richiamare l'attenzione. Tagli, proteste e malcontento c'erano stati anche in passato ma mai, nella mia modesta esperienza, gli insegnanti avevano approfittato del momento della consegna delle pagelle, un momento da un lato ufficiale dall'altro di routine, per lanciare un allarme. Così allegati alla pagella di mio figlio ho ricevuto due documenti: due gridi di dolore.
Il primo del "Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione". Non conoscevo l'esistenza di questo organismo. Pare che sia un organo istituzionalmente chiamato a dare una consulenza tecnico-professionale al Ministro ed infatti la circolare (indirizzata proprio al Ministro) è su carta intestata del MIUR. Nella lettera si esprime "fermo dissenso e viva preoccupazione sulle scelte operate sul sistema istruzione", si paventa "una destrutturazione del sistema scolastico pubblico" e si chiede "profonda revisione dei provvedimenti adottati, a partire dall'introduzione dell'insegnante unico e l'orario di 24 ore settimanali".
Il secondo documento è invece del Collegio dei docenti della scuola media di mio figlio e parla dei disagi dovuti alla mancata assegnazione dei fondi da parte del Ministero, alla riduzione del tempo scuola e dei docenti, all'aumento del numero di alunni per classe, all'abolizione delle ore di compresenza. "Non si può stare a vedere. Non si può fare finta di nulla", scrivono i docenti.
Non lasciamoli soli.

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Altri post sulla scuola:
W la squola
L'anima spenta della scuola
+ scuola x tutti : - ingiustizia