Le rappresentanti dei genitori al consiglio di classe di mio figlio (quarta liceo scientifico) scrivono sul resoconto: "Durante questa discussione è emerso ancora una volta che, in generale, a parere dei docenti la classe ha un atteggiamento di non entusiasmo per lo studio, per la voglia di sapere. Studiano per i compiti o per le interrogazioni."
E come meravigliarsi? Non sono uno di quei genitori che si erge sempre e comunque a difesa del proprio figlio o che si permette di interferire nel lavoro degli insegnanti, per esempio (come fanno molti) protestando perchè vengono dati troppi compiti a casa. Tuttavia se c'è una cosa che chiederei agli insegnanti è proprio la capacità di suscitare nei ragazzi l'interesse, e possibilmente l'entusiasmo, per ciò che insegnano. Mi pare che sia proprio quello che distingue un insegnante mediocre, che si limita a fare il suo lavoro di impiegato dello Stato, da uno bravo che riesce a trasmettere curiosità e/o passione per il sapere in genere. Mi sbaglio?
Eraldo Affinati insegna da trent'anni all'Istituto Professionale Carlo Cattaneo, situato dentro la
Città dei Ragazzi, un'esperienza educativa formidabile, nata subito dopo la seconda guerra mondiale con l'idea di accogliere gli orfani e oggi popolata da una sessantina ragazzi stranieri, i cosiddetti Minori Non Accompagnati (ne parlai in
questo vecchio post).
"Sono sempre stato attirato dalle ultime ruote del carro, dai ragazzi ribelli e difficili," dice Affinati. "I ragazzi arrivano da noi come se fosse l'ultima spiaggia. Se falliranno, abbandoneranno per sempre la scuola. Bisogna quindi conquistare la fiducia di questi ragazzi, che nella loro vita hanno avuto a che fare con adulti poco credibili che li hanno ingannati."
Affinati ammette di essere stato uno studente piuttosto riottoso e per questo capisce la solitudine e l'indisciplina dei suoi studenti. "Insegnare significa anche scendere dentro noi stessi. Nei propri panni e nei loro panni. A casa mia non c'erano libri. I miei genitori erano due orfani. In fondo sono diventato scrittore ed insegnante per risarcire i miei genitori della fortuna che non ebbero. Insegnare significa curare una ferita, negli altri e in se stessi. Attraverso la cura che io faccio oggi ad Ivan, a Karim, ad Omar, a Gianni o a Claudio è come se curassi anche me stesso."
Secondo Eraldo Affinati bisogna distinguere il 6 di Giorgio, cresciuto con la mamma che gli raccontava le favole, in una casa piena di libri, dal 6 di Claudio cresciuto sul muretto di strada e che equivale ad un 9. Quello che conta è il progresso che un ragazzo fa.
A proposito di importanza della famiglia di origine, mi è venuto in mente
un articolo di qualche tempo fa che mi aveva colpito, secondo il quale, anche sulla base di numerose ricerche, il destino scolastico degli alunni delle medie è sempre di più segnato dalle loro origini sociali, delle quali non
portano alcuna responsabilità
. Tutto ciò in un
sistema di istruzione secondaria diviso per indirizzi ben distinti tra
loro e dove la scelta della “filiera”
(generalista, accademica e professionale) avviene tra i 13 e i 14 anni, un’età in cui l’influenza dei genitori è ancora forte.
E ha ragione Concita De Gregorio quando afferma che la scuola fabbrica delle risposte da imparare prima ancora delle domande, mentre si cresce proprio ponendosi delle domande e cercandone la risposta.
Ambedue concordano che Don Milani, e in particolare Lettera ad un professoressa, è stato molto equivocato ed è stato visto come padre dell'egalitarismo indifferenziato mentre invece era molto selettivo, ma voleva tirare fuori da ciascun ragazzo la sua individualità.
La scuola italiana di oggi invece è troppo legata al voto che certifica i risultati mentre il lavoro dell'insegnante è basato sul rapporto umano. Nei consigli di classe spesso i numeri prevalgono sull'anima delle persone. E mentre gli insegnanti di mio figlio lamentano lo scarso entusiasmo dei
ragazzi, Affinati, pur comprendendo la solitudine del docente in
classe, attribuisce tuttavia proprio a quest'ultimo il compito di
"accendere un fuoco dentro ogni adolescente e farlo divampare senza
paura che provochi una passione." Come si fa? Sentendosi coinvolti, disposti a mettersi in gioco, ad esporsi, anche a ferirsi, condividendo con i ragazzi i loro sconforti, stando insieme nella loro notte senza perdere la luce del ritorno.