Tempo fa ho sentito a Fahrenheit un'intervista a Carola Susani ed Elena Stancanelli, due scrittrici che hanno pubblicato insieme un libro dal titolo "Mamma o non mamma?", una serie di lettere a partire da due condizioni di vita fortemente scelte e fortemente difese: essere o non essere madre. La Susani, incinta della seconda figlia, racconta nel libro le sue ansie e le sue paure, ma anche le cose luminose che ci sono, il binomio appagante femminilità/maternità, mentre la Stancanelli difende la sua resistenza alla figura genitoriale. L'argomento mi ha attratto subito per i noti motivi personali che ho raccontato sin dall'inizio di questo blog: la fatica psicologica che la maternità mi ha sempre comportato con il suo corollario di ansia da prestazione e di frustrazione.In realtà non mi è piaciuto granchè come le due scrittrici hanno affrontato l'argomento. Alcune affermazioni mi sono parse condivisibili, tipo che è difficile smettere di "essere figli" senza essere genitori, che al tempo stesso c'è qualcosa di "mediocre e tranquillizzante" in questa esperienza, e come, con la nascita di un figlio, anche le persone più inquiete si sentono "sistemate nel loro posto nella catena mondo". Non mi è piaciuto per niente invece quando le due scrittrici hanno paragonato il nostro modo di essere fare figli, sempre più tardi, con consapevolezza, accompagnandoli nella loro strada, con quello più barbaro e casuale di un ragazzo brasiliano che non si ricorda più quanti figli ha o quello delle ragazzine inglesi che in una classe hanno fatto a gara a farsi mettere incinte dallo stesso ragazzo. "Apparentemente sembra un abominio ma io la trovo una meraviglia", dice la Stancanelli. Io, francamente, lo trovo un abominio e basta.
Mi è parsa invece più stimolante un'intervista su ArcoirisTV al prof. Antonio Di Ciaccia, psicoterapeuta, sul disagio minorile e sulle "colpe" dei genitori nell'allevare i figli.
Dice il professore:
"Si crede che l'amore sia dare un qualcosa al proprio figlio. La formula migliore dell'amore è invece che il genitore riconosca il proprio figlio, lo riconosca nei suoi desideri e anche nei suoi errori. E' importante che un genitore dica 'Non ti capisco ma riconosco che stai cercando qualcosa' piuttosto che 'Questa è la soluzione. Devi fare così'." Nella sua esperienza di psicanalista, Di Ciaccia ha rilevato che gli adolescenti non si lamentano tanto di mancanza d'amore quanto di mancanza d'aria. Riconoscono che i genitori li amano, ma sentono questo amore come qualcosa che li blocca, come un cuscino sulla bocca che non fa respirare. Di Ciaccia dice che questo amore è ambiguo, più che amore è una richiesta fatta ad un figlio perché corrisponda a quello che ci si aspetta da lui, è un amare noi stessi nei figli. Bisognerebbe invece imparare ad amare i figli per quello che sono e, soprattutto, per quello che non sono.
Dai figli seminati in modo animalesco dal ragazzo brasiliano ai figli soffocati ci sarà pure una via di mezzo. Di certo non è facile trovarla anche perché non si è mai preparati ad essere genitori. Anzi, coloro che pensano di essere preparati possono essere molto pericolosi.



