giovedì 15 settembre 2011

Pile scariche

La pausa di Agosto è ormai lontana e la sensazione di rilassatezza che ne avevo ricavato manco me la ricordo più. Ricordo però come mi avevano piacevolmente sorpreso la lucidità di pensiero e l'energie mentali che mi sentivo. Grazie a quella carica riuscivo a leggere di più e con più soddisfazione, mi venivano in mente tante idee e riflessioni, mi godevo di più film e documentari.
Possibile che sia bastato così poco per tornare nella costante sensazione di scarsa concentrazione, di carenza di sonno, di cervello appannato, di palpebre che si chiudono nei momenti in cui vorrei stare attenta? Ma perché si deve vivere così? Dove sta scritto?
Mi rendo conto che spesso ci illudiamo di padroneggiare la stanchezza mentale bevendo caffè, facendo finta che non ci sia o comuqne stringendo i denti, ma a cosa serve?
Vorrei svegliarmi la mattina con i miei ritmi biologici. Non mi serve la quantità, quanto un sonno di qualità, davvero ristoratore. Sento di averne diritto.
E poi vorrei più spazi liberi nella mia giornata. Spazi per me, per pensare, ascoltare, leggere, scrivere.
Michela Marzano, che insegna Filosofia all'Università di Parigi, in una bella intervista pubblicata su Noidonne, afferma che "si perde di vista il fatto che per poter avere un contatto con la propria interiorità ci vuole la lentezza. Bisogna poter lentamente avere la possibilità di fare ciò che si desidera."
Anche la Marzano ammette di vivere la dicotomia tra essere donna dinamica e integrata nel nostro sistema di vita e la sua professione che ha bisogno di una riflessione che passa obbligatoriamente attraverso la lentezza del pensiero, ma dice di aver trovato una soluzione nella divisione del tempo. Ha creato cioè un tempo differente per sé, in isolamento, in cui legge, riflette e scrive, non risponde né al telefono né alle email, uno spazio personale completamente separato dal momento "dell'attività".
Praticamente un lusso! Eppure ci devo provare. E magari anche dormire di più e meglio.

lunedì 12 settembre 2011

Troppi libri!

Un interessante articolo di Altreconomia aiuta a capire come funziona il mercato editoriale. Si scopre, per esempio, che, come in molti altri settori, sono i distributori a guadagnarci di più (e per di più non rischiando niente) e che, pur essendoci un proliferare di case editrici, alla fine la maggior parte di loro fa capo a quei cinque gruppi che si spartiscono più del 60% del mercato (hai voglia a voler evitare Mondadori!)
Sarà che il mio rapporto con i libri è sempre stato un po' di odio-amore, ma continuo a pensare che ne vengano pubblicati troppi e qualche dato contenuto in questo articolo lo conferma.

Trovo un po' inquietante e, sinceramente, un po' assurdo che:

1) in un paese come l'Italia dove si legge pochissimo vengano immessi 160 nuovi titoli al giorno;
2) il tempo di permanenza medio di un titolo sugli scaffali sia pari a un mese (di fatto buona parte di essi non ci arriva nemmeno);
3) se un libro entra di costola sugli scaffali, in una o due copie (cioè non ha la fortuna di andare a formare le pile e le piramidi che si vedono entrando nelle librerie), la possibilità che diventi un bestseller sia pari a zero;
4) se il libro non ha successo, le rese possano arrivare anche all’80% della produzione e per coprirne i costi gli editori non facciano altro che immettere nuovi titoli sul mercato;
5) poiché i resi costituiscono un valore da iscrivere in bilancio, che però non ha alcuna speranza di essere smaltito, i piccoli editori preferiscano mandare i libri al macero piuttosto che conservarli.

Mi chiedo che senso abbia tutto questo. Non sarebbe meglio un filtro più rigoroso prima di stampare un libro? Non dico una sorta di censura ma, azzardo, proporlo in ebook e poi solo dopo aver verificato un certo successo passare a stamparlo. E poi com'è che tutte le persone di una qualche notorietà, politici, cantanti, magistrati, attori e persino personaggi di dubbia moralità, provano l'irresistibile desiderio di vedersi pubblicare un libro? Siamo proprio sicuri che tutti questi volumi siano una ricchezza per l'umanità e non uno spreco di risorse?
A me continua a venire in mente la battuta di Massimo Troisi in "Le vie del signore sono finite":

"Io non leggo mai. Non leggo libri, cose... Pecche... Che comincio a leggere mo che so' grande, che i libri sono milioni e milioni? Non li raggiungo mai, hai capito? Pecche io sono uno a leggere, loro sono milioni a scrivere."

Mi consola sapere che anche la mia amica blogger Alchemilla, vorace lettrice, si pone questo tipo di dubbi proponendosi la lettura di "I troppi libri, Leggere e pubblicare in un'epoca di «abbondanza»".

sabato 10 settembre 2011

Parole, parole, parole



"Le parole sono importanti", urlava Nanni Moretti in "Palombella Rossa". Le parole possono essere anche pietre, possono ferire, possono trascinare. Eppure le parole seguono le mode, alcune sono collegate a certi periodi storici e poi cadono in disuso, altre migrano da una lingua all'altra anche con distorsioni di significato.
Argomento affascinante che ha occupato due libri presentati tempo fa' a Fahrenheit Radio 3: "Itabolario" di Massimo Arcangeli, un viaggio tra le parole utilizzate in Italia negli ultimi centocinquanta anni, e Le parole disabitate di Raffaella De Santis, che ricostruisce attraverso alcuni termini i momenti centrali della nostra storia linguistica, culturale e sociale.
Parole come «adunata», «comizio», «padrone», «proletario» ci rievocano tempi andati, così come "compagno" oggi non suggerisce più il militante del PCI. "Patriota" ci suona di estrema destra ma non è sempre stato così, basti pensare che è una delle definizioni possibili con cui si è iscritti alla Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.
Se negli anni Settanta andava di moda "fare un discorso su" qualsiasi cosa, oggi, grazie ai social network, abbiamo invece una sovraesposizione della parola amico e vanno per la maggiore espressioni come assolutamente o il detestabile uso di "piuttosto che" nel senso di "oppure".
Varie sorti ha avuto la sensibilità del politicamente corretto. Negli anni Sessanta per pubblicizzare il confetto Falqui si diceva "basta la parola" perché pronunciare "lassativo" non era considerato elegante, mentre, nello stesso spot di Carosello, Tino Scotti poteva tranquillamente rivolgersi ad un nero chiamandolo "Bongo".
Infine c'è la questione degli anglicismi. Tutte le lingue hanno sempre accolto parole dall'esterno, dice Massimo Arcangeli, e ciò non è negativo in sé, ma oggi c'è un'eccessiva esterofilia stilistica che andrebbe evitata. Spesso, senza alcuna necessità ma soltanto per snobismo, rinunciamo talvolta ad usare termini nazionali perfettamente funzionali per quello che vogliamo dire. Ho scoperto che su questo tema c'è un progetto chiamato "Stop itanglese" dove si trova addirittura un "traduttore itanglese-italiano come piccolo rimedio contro la pigrizia".
La puntata di Fahrenheit termina con la celebrazione di una bella parola che abbiamo esportato in tutto il mondo, nata a Venezia nel Settecento ed entrata ufficialmente nella letteratura con il romanzo Eros di Verga: Ciao.

mercoledì 7 settembre 2011

martedì 6 settembre 2011

domenica 4 settembre 2011

Amazzonia, addio!

In ufficio sono arrivata alla sofferta conclusione che debbo mettere a tacere i miei scrupoli di ambientalista. Il mio lavoro consiste soprattutto in maneggiare delle carte (vedi immagine a destra che ho scelto anche come desktop sul PC sul quale lavoro) e, ahinoi, nonostante qualche proclama che ogni tanto viene buttato là, posso assicurare che nella pubblica amministrazione italiana la strada per l'abbandono (o almeno la consistente riduzione) della carta è molto molto lontana. Portali web di tutti i tipi (il più delle volte fatti veramente con i piedi), posta elettronica certificata, firma digitale. Gran belle parole!
Nella sostanza ad ogni nuova norma che entra in vigore corrisponde un aumento della produzione di documenti e quindi di fogli di carta. L'intento è sicuramente quello di un maggiore controllo della spesa pubblica e questo è certamente positivo. Purtroppo però il controllo va di pari passo con l'ossessione della documentazione. Bisogna documentare tutte le spese, le scelte, le mosse. Tuttavia, alla resa dei conti, se non cambia la mentalità, se non si capisce che quello che è di tutti va trattato con più cura e attenzione di quello che è di nostra proprietà (utopia, certo), hai voglia a mettere paletti e controlli! Alla fine aumenta solo la carta!
Ci aggiungiamo inoltre la pigrizia dell'impiegato medio: è possibile che uno stesso manuale di istruzioni all'uso (udite, udite!) della firma digitale consistente in 41 pagine (peraltro tranquillamente scaricabile dalla rete) mi venga mandato due volte (prima una volta per fax e poi per posta) e per di più fotocopiato su un solo lato? Ahi, il fronteretro, questo sconosciuto!
L'altro giorno stavo firmando un mandato di pagamento di una fattura di Euro 3,24 (ripeto:trevirgolaventiquattro) e mi è venuta la fantasia di contare i fogli che erano di corredo a questa spesa "da capogiro": 1 mandato di pagamento, 2 pagine di fattura, 1 DDT, 4 pagine di ordinativo (si trattava di un articolo facente parte di una lunga lista di oggetti ordinati), 3 pagine per la dichiarazione per la tracciabilità dei flussi finanziari (legge 138/2010), per un totale di 11 FOGLI DI CARTA!!. Sempre in questi giorni ho firmato un'ordine di di acquisto per 92 Euro, fogli allegati: 21!
Con buona pace di Greenpeace e della sua campagna "Deforestazione zero", temo che l'Amazzonia ormai sia persa.

mercoledì 31 agosto 2011

La difficile arte di invecchiare

Saper accettare i segni del tempo sul nostro corpo (e sulla nostra mente) è un compito arduo ma necessario. Saperli accettare vuol dire non farsene una malattia, non vergognarsene e soprattutto saperli prendere con autoironia. Un buon esercizio è trovarsi improvvisamente in minoranza in un costesto giovanile e riuscire a rapportarsi con i giovani non alla pari (perché sarebbe ridicolo) ma nemmeno con atteggiamento materno o paternalistico (tipo "vedrai cosa ti aspetta, non sai quante ne ho passate, ecc."). Tale esercizio è una delle sfide che mi è piaciuto affrontare durante il campo di volontariato in Calabria.
Riguardo all'aspetto esteriore, non avendoci mai dato grande importanza, accettare l'invecchiamento mi riesce discretamente. Di capelli bianchi ne ho ancora pochi e riguardo alle rughe continuo a ripetermi la frase di Anna Magnani al suo truccatore ("Lasciamele tutte, ci ho messo una vita a farmele").
Trovo più arduo da mandar giù invece il fatto di non avere più le stesse "prestazioni fisiche" di un tempo (e non sto parlando di quelle sessuali). In particolare mi pesa tantissimo la vista che peggiora di giorno in giorno. Continuo a dire che è la schiavitù di dipendere dagli occhiali a darmi fastidio, ma so che non è vero. Mi scoccia proprio il segno del tempo che passa.
Riguardo all'attività fisica cerco, nel limite del ragionevole, di pormi sempre nuove mete per mantenere la prestanza e la forma, come, per esempio, il fatto di essere ancora capace di fare escursioni anche di 20-25 chilometri, zaino in spalla. Con il dovuto senso della misura e con un po' di fortuna, so che questo tipo di attività si riesce a mantenere bene anche fino a tarda età.
La stessa attenzione che si dedica alla forma fisica, andrebbe riservata all'esercizio della memoria, che si può tenere sufficientemente sotto controllo, prima che sia troppo tardi, con l'uso quotidiano e anche con qualche trucchetto (dai post-it agli allarmi tramite cellulare).
Più delicato e difficile è mantenersi "giovani nel carattere". Va da sé che con l'età, mentre da un lato si acquista la saggezza di saper ridimensionare tante cose poco importanti, si acuiscono gli spigoli, si diventa sempre più intolleranti, ci si avvia ad un destino da bisbetici. Di qui la necessità di un costante lavoro di autocritica, di sapersi guardare con gli occhi degli altri, di saper fare della sacrosanta autoironia. Non è facile, me ne rendo conto, ma ci provo. E più vedo questo tipo di invecchiamento nei miei coetanei, più mi ci impegno per timore di diventare come loro. Per citare una bella frase che ho sentito da una mia coetanea al campo: "Ci vogliono molti anni per diventare "giovani", per imparare la leggerezza."