mercoledì 9 maggio 2007

Con che cosa mi curo?

Sempre più persone hanno perso fiducia nella medicina tradizionale o convenzionale e cercano di curarsi con i rimedi più strani. Sviluppando un commento che ho lasciato sul blog del mio amico Davide , io sono del parere che prima di ricorrere ai farmaci tradizionali bisognerebbe chiedersi se è proprio necessario. Innanzitutto non si dovrebbe cadere nella trappola delle multinazionali farmaceutiche che cercano di "medicalizzare" anche i disturbi più comuni che di norma passerebbero anche da soli. Inoltre i farmaci contengono, insieme ai principi attivi, anche sostanze tossiche che sarebbe meglio non prendere se non ce n'è effettivamente bisogno. D'altra parte, secondo me, bisogna anche stare attenti alla tendenza opposta cioè di rifiutare la medicina tradizionale per malattie serie. Sono abbastanza scettica sull'efficacia della maggior parte delle cosiddette "medicine non convenzionali". Di solito esse hanno un approccio più attento al paziente nel suo complesso e meno mirato a considerarlo a pezzi, ma vi sono, secondo me, pochi controlli sulla professionalità di chi le esercita e sulle controindicazioni dei rimedi.
A titolo esemplificativo racconto la storia di due miei disturbi cronici.
Soffro di lombalgia, cioè di mal di schiena, che mi ha procurato in passato i classici "colpi della strega", cioè quelle forti fitte causate da un banale movimento che ci fanno rimanere bloccati per diversi giorni. Questo tipo di episodi erano diventati sempre più frequenti con gli anni e ogni volta il tempo di recupero si faceva sempre più lungo.
Ho consultato tre ortopedici (con tre diagnosi/cure diverse), ho fatto due radiografie, una risonanza magnetica, ho provato due tipi di fisioterapia, una serie di sedute di medicina manuale, una punturona di antiinfiammatorio, varie sedute di agopuntura, cerotti antiinfiammatori transdermici, gel all'arnica ed infine, dall'inizio del 2005, faccio ginnastica medica posturale. Devo dire che quest'ultima mi sta permettendo di mantenere la situazione sotto controllo nel senso che adesso so quali attività, quali posizioni, quali movimenti devo evitare per prevenire i "colpi della strega".
L'altro mio disturbo cronico è la cistite di cui soffro da anni. Non mi consola molto sapere che una donna su quattro ne soffre. Per un periodo ho seguito avidamente un forum su Internet sull'argomento dove ho letto di donne che stavano messe peggio di me e che stavano provando di tutto. Dopo aver girato vari ginecologi e un urologo, fatto varie analisi e provato vari antibiotici, da circa un anno e mezzo cerco di non prenderne più e di curare le fasi acute con riposo e tisane rinfrescanti (malva, gramigna e uva ursina). Ciò non basterà ad evitare altri episodi ma ho notato che essi si sono diradati perchè probabilmente gli antibiotici, di efficacia sicuramente più immediata, alla lunga abbassano le difese naturali e creano casi di resistenza batterica.
Con questo racconto non voglio dare consigli a nessuno perchè, come giustamente scrive Davide: "non ci sono due malati uguali", ma semplicemente spiegare cosa intendo per evitare di intossicarsi di farmaci se ne possiamo fare a meno.

lunedì 7 maggio 2007

Pensieri dalla gradinate/2

Piccolissimo episodio che si collega alle mie riflessioni pubblicate in un post di qualche tempo fa. Domenica mattina, partita di calcio categoria "giovanissimi" (14 anni). Un ragazzo della squadra avversaria protesta perche' l'arbitro ha concesso agli altri una rimessa laterale. In effetti aveva ragione: non aveva toccato la palla che era uscita dal campo. Il padre dalle gradinate gli grida: "Niccolo', stai zitto! L'arbitro ha deciso cosi' e allora basta!"
Mai sentita una cosa del genere in cinque anni che frequento questo tipo di incontri... Gli avrei voluto stringere la mano.

sabato 5 maggio 2007

Evviva la timidezza!

Premesso che detesto i falsi timidi (tipo le bellissime attrici che confessano candidamente di soffrire tanto per la loro timidezza), la vera timidezza è un aspetto del carattere che nessuno vorrebbe avere. Ho sempre detestato chi mi faceva notare (magari con tenerezza) il mio rossore. Mi ricordo che da ragazzina mi imponevo delle prove di forza e cioè mi offrivo di fare gesti "coraggiosi" (tipo attaccare discorso con un ragazzo bellino) per forzare il mio carattere e dimostrare a me stessa che non ero timida, che stavo guarendo!
Il timido è sicuramente un insicuro, uno che ha paura dell'eventuale giudizio negativo degli altri e per questo evita di esporsi. Mi chiedo se cio è dovuto ad una sensibilità innata oppure al fatto che i nostri genitori ci hanno tarpato sin da piccoli nelle nostre manifestazioni spontanee facendoci sentire inadeguati. Non so quale sia la ragione per cui una persona è timida ma devo dire che fa tanta rabbia non riuscire a far valere le proprie ragioni in questo mondo sempre più arrogante ed aggressivo.
Eppure voglio dire basta con il mito dell'essere disinvolti, dell'apparire a tutti i costi, della sfrontatezza. E' ora di rivalutare il pudore, la mitezza, la modestia.
All'età di mio figlio, nell'adolescenza, è comune sentirsi inadeguati, impacciati e ammirare chi invece sa essere spavaldo ed esuberante. Solo con l'età si impara che la ricchezza di una persona sta nella sua sensibilità, nella sua capacità di dare, di ascoltare, di aiutare, più che nel suo apparire. Spero di aver convinto mio figlio quando recentemente gli ho assicurato che, prima o poi, ci sarà qualcuno (o, meglio, qualcuna) che apprezzerà la sua ricchezza nascosta e snobberà gli spacconi superficiali. Il proprio valore alla lunga viene fuori e quello è un gran giorno!

giovedì 3 maggio 2007

Il tempo dello studente non vale niente

Quando mi iscrissi all'università (correva l'anno 1981), fui subito colpita da un senso di anonimato. Venivo dalla scuola superiore dove ero conosciuta e apprezzata ed invece lì non ero nient'altro che la matricola 822777. Alle lezioni di letteratura inglese e tedesca eravamo tra i cento e i duecento studenti. Già per capire esattamente quale programma era da studiare per l'esame ci voleva un bell'impegno. Non era nemmeno facile trovare i libri da studiare. Per parlare con il professore c'era da mettere in campo tutta l'abilità investigativa di cui si disponeva perchè non era affatto detto che egli fosse disponibile il giorno previsto e poi non era affatto chiaro in quale stanza si trovasse.
Andare in segreteria studenti era un incubo. Voleva dire impiegare tutta la mattinata a far la coda e, mentre questo si può anche mettere in conto per l'iscrizione, per altre pratiche più veloci e banali era una cosa più difficile da mandar giù.
Recentemente sono tornata in segreteria studenti per ritirare il mio diploma di ragioniera, visto che ormai sono decaduta dagli studi e che esso rimane il mio unico "pezzo di carta". Mi ero rassegnata a fare una bella coda ma, arrivata lì, ho scoperto che alle 9 avevano distribuito i numeri degli utenti che intendevano considerare quel giorno entro le 13. E gli altri? Gli altri, mi fu detto, potevano provare ad aspettare la fine della mattinata e sperare di rientrare altrimenti niente. La stanza era piena di studenti che aspettavano seduti il loro turno.
Io, che avevo preso un giorno di ferie per sbrigare varie pratiche tra cui quella e dovevo solo chiudere i conti con quel pezzo di vita, sono riuscita a muovere a compassione un'impiegata la quale gentilmente mi ha servito di straforo.
Quando sono uscita comunque ho pensato desolata: "E' proprio vero. Ora come allora il tempo dello studente non vale niente!"
Probabilmente non tutte le realtà sono così, ma leggendo un post di Nando Dalla Chiesa mi sono resa conto di quanto sia diffusa questa situazione.

lunedì 30 aprile 2007

Ma che carini!

La tenerezza che normalmente suscitano i bambini credo che sia un istinto biologico che porta a proteggere i cuccioli della nostra specie. Eppure, diciamolo francamente, i bambini talvolta sanno anche essere odiosi. Personalmente provo sentimenti contrastanti verso la categoria e questa volta non sto parlando dei miei figli.
I bambini mi piacciono quando sono freschi e spontanei, quando, con la loro ingenuità, dicono cose che noi grandi, per educazione, non abbiamo il coraggio di dire. Un po' come nella favola del re nudo.
Quando invece vedo bambini che si comportanto da tiranni perchè sanno che urlando e battendo i piedi otterranno quello che vogliono, o altri che scimmiottano con malizia gli adulti, quando vedo bambini che, spalleggiati dal gruppo, sanno essere spietati con quelli più deboli, mi viene da pensare che un breve soggiorno nelle baraccopoli di Korogocho o a lavorare nelle fabbriche , non farebbe poi loro male. Sì, lo so, è colpa dei genitori che non hanno saputo insegnare loro il rispetto degli altri. Però voglio dire una cosa impopolare: la sensibilità, la dolcezza, l'empatia non si imparano. Le persone perfide ed egoiste si riconoscono anche da piccine!

venerdì 27 aprile 2007

Elogio della sintesi

Sono una timida e sono molto restìa a parlare in pubblico. Se talvolta mi sforzo e prendo la parola, cerco di essere più sintetica possibile perchè ho paura che la gente si stufi ad ascoltare se mi dilungo.
Noto però che quelli che normalmente prendono la parola non si preoccupano affatto di questo. Nel cosiddetto "spazio per il dibattito", di norma, chi prende il microfono in mano non lo molla più e spesso continua a ripetere concetti già espressi, finchè il moderatore non gli toglie la parola. Perchè tutta questa voglia di protagonismo? Avete notato che quando tocca alle domande del pubblico, gli interventi non sono quasi mai domande ma sempre considerazioni più o meno calzanti? Ma perchè? Non ho capito se la gente se ne rende conto e non se ne cura (della serie: "ora tocca a me e dico quello che mi pare") oppure no? Perchè il dono dell'autocritica è così raro?
Forse sono io che sono troppo fissata con la sintesi ma penso che più si riesce ad essere sintetici, maggiore è il numero delle persone che riusciranno ad intervenire, perchè il tempo a disposizione non si può dilatare più di tanto.
A dir la verità, spesso trovo che anche i post dei blog siano troppo lunghi. E' una questione diversa però perchè il blog è uno spazio personale, nessuno è obbligato a leggerlo e quindi l'autore si può prendere tutto lo spazio che vuole.
Io comunque ammiro molto quelli che sanno essere brevi ma incisivi. La capacità di sintesi è una grande dote, anche se sempre più rara.

martedì 24 aprile 2007

Vanda


Oggi voglio parlare della mia nonna Vanda perchè la ritengo una persona speciale. Classe 1917, ha sempre avuto un carattere irrequieto, ribelle, anticonformista ma, purtroppo, con derive paranoiche. Da ragazza non accettava le imposizioni moralistiche della famiglia, soprattutto la repressione della sua esuberanza da parte di suo padre e di suo fratello. Sfortunatamente rimase incinta a vent'anni e si bruciò così la giovinezza. Separata presto dal marito, ha fatto innumerevoli lavori ed ha avuto tante avventure sentimentali, anche in tarda età, ma non ha più voluto legarsi a nessuno, perchè è sempre stata gelosa della propria indipendenza.
Prese la patente quando ancora donne che guidavano ce n'erano pochissime. Era una tifosa sfegatata per la Fiorentina e frequentava lo stadio nella stagione del primo scudetto.
Io, nata quando lei aveva solo quarantacinque anni, ero la sua nipote prediletta. Mi riempiva di regali e mi diceva: "Divertiti quanto vuoi, ma tieniti stretta la gilda perchè a rimanere incinta l'è un volo!". Questa la sua filosofia di vita.
Una persona speciale che però non ha avuto molto dalla vita sia perchè non aveva istruzione (credo che non abbia finito nemmeno le elementari) sia perchè il suo carattere l'ha portata a grandi passioni ma anche a vedere il male dappertutto. Ha finito col litigare con tutti i familiari e non ha capito che ad una certa età gli affetti sono più preziosi della propria indipendenza. Con la sua bellezza e la sua esuberanza avrebbe potuto trovarsi un compagno con cui invecchiare insieme invece di finire tristemente i suoi giorni in una casa di riposo di una città lontana, ipovedente, ipoudente e imbottita di tranquillanti. Che tristezza, nonna!