Interessante e affascinante la serie di Alle otto della sera dal titolo "29 maggio 1453: la caduta di Costantinopoli", raccontata dalla calda voce della storica Silvia Ronchey.Tutti sanno quanto fu simbolicamente importante quell'episodio, tanto da indicare quella data come la vera fine dell'Impero Romano e l'inizio dell'età moderna, però la Ronchey è particolarmente abile a tracciare l'atmosfera che si respirava in questa enclave bizantina in terra musulmana, a sottolineare l'atteggiamento ambiguo di Genova e Venezia con il loro protocapitalismo dei traffici ed infine a raccontarci l'avvenimento anche dall'altra parte, quella musulmana.
La caduta di quella che era chiamata "Il faro del mondo" o "La città delle città", viene descritta ovviamente come una conquista ma con tono poetico, quasi come una seduzione, dallo storico turco Tursun Bey, biografo ufficiale di Mehmet II. Per il giovane sovrano la conquista di Costantinopoli era infatti un'idea fissa. Egli provava, dice la Ronchey, per questa città un'attrazione fisica, come una giovane sposa a cui avevano aspirato molti sultani dell'Islam, come per una donna desiderata in modo incontenibile dopo un lunghissimo corteggiamento.
Sentite come la descrive Tursun Bey nel libro "La conquista di Costantinopoli"
"Quando l'ombra dei capelli arruffati della notte simile al volto di una schiava greca scese sul giorno, i guerrieri della fede traversarono il fossato e appoggiarono scudi e scale alte come il cielo alle mura delle torri. La battaglia durò fino al mattino finché i soldati del giorno non ebbero irrorato di sangue le lande dell'aurora per contendere la torre celeste del castello dello zodiaco al negro emiro della notte che l'aveva occupata."
Dall'altra parte però la conquista fu un bagno di sangue, morte e devastazione.
Un altro momento suggestivo è quando la Ronchey racconta che, alla vigilia dell'assalto definitivo, c'era una sorta di guerra di suoni: campane e cori di riti religiosi da parte dei Bizantini e tamburi sciamanici dalla parte dei Turchi, i quali, originari delle steppe, avevano nelle loro mani quest'arma psicologica potentissima.
Bello anche il confronto tra i due discorsi che, secondo le fonti, Mehmet II da una parte e Costantino XI dall'altra fecero agli ufficiali il 28 maggio, alla vigilia della battaglia.
Mehmet II tenne un discorso meraviglioso enumerando le voluttà del paradiso islamico ai credenti morti in combattimento per poi passare più prosaicamente ad elencare puntigliosamente le ricompense terrene. Descrisse tutto ciò di cui rigurgitava la città, oggetti preziosi, bei palazzi e giardini, ma soprattutto sottolineò la bellezza delle donne e anche degli adolescenti. "Oggi vi faccio dono di una città immensa, la capitale degli antichi Romani, il centro di tutta la terra".
Il discorso di Costantino XI invece fu molto semplice, come del resto era la sua personalità, poco politica e molto marziale. "Ci sono 4 ragioni per cui un Greco deve essere sempre pronto a morire: o per la sua fede, o per la sua patria, o per la sua famiglia o per il suo imperatore. Adesso che queste ragioni sono presenti tutte e quattro, quando se non adesso bisogna essere pronti a morire?"
Per chi predilige la lettura, il contenuto di queste puntate corrisponde lo può trovare nel libro omonimo mentre qui trovate un articolo su La Stampa.





