lunedì 17 novembre 2008

Auguri!


Sessant'anni insieme sono davvero un bel traguardo!

Ai miei suoceri i migliori auguri e un grazie per tutto l'affetto che mi hanno sempre dimostrato.

Artemisia

sabato 15 novembre 2008

Cronaca di una giornata di protesta


Sveglia alle quattro per essere in piazza Stazione alle cinque. Partiamo con il pullman che la città è ancora buia e deserta. Colazione presso l'autogrill dove incontriamo i colleghi che sono partiti da Firenze con altri pullman. Ci scaricano tutti davanti alla stazione della metropolitana a Rebibbia. Non riusciamo a prendere il primo treno ma subito arriva il secondo. Usciamo alla fermata del Circo Massimo e ci incamminiamo verso piazza Bocca della Verità dove è previsto il concentramento del corteo del sindacato. Gli studenti si stanno radunando in altri tre punti della città.
Il tempo sembra mite. Qualche nuvola ma nessun rischio di pioggia.
Piazza Bocca della Verità è piena di palloncini colorati della CGIL e di striscioni dei vari enti di ricerca e delle varie università. Aspettiamo più di un'ora prima di partire perché devono arrivare altre delegazioni (almeno così dice l'altoparlante).
Il nostro ente ha ben quattro striscioni di cui uno dei precari del Buconero che indossano tutti una maglietta bianca e distribuiscono questo simpatico badge:


Finalmente e lentamente si parte. Grande successo dello slogan che mi porto appeso al collo e che mi ha suggerito Cristiana. In molti mi chiedono di fotografarlo. Lungo il percorso è un continuo incontrare colleghi di altre città, spesso più lontane, e la prima domanda che sorge spontanea è: "Ma a che ora sei partito stamani?" Catania, Bari, Venezia, Trieste, Genova, Napoli. Una grande passione spinge questa gente a saltare la notte, a rimetterci la giornata di sciopero, a tornare tardi la sera. Per esserci. Per manifestare la propria preoccupazione e il proprio dissenso.

Arriviamo in Piazza Navona e cominciano i comizi dei sindacalisti e le testimonianze di alcuni precari. Ogni tanto l'altoparlante ci annuncia che il corteo degli studenti sta arrivando. Aspetta, aspetta, ma questi studenti non si vedono arrivare. Finiscono gli interventi.
Ci incamminiamo verso Torre Argentina ed eccoli là gli studenti: tanti, molti più di noi, belli, giovani, rumorosi. Corre voce che vogliano andare verso i palazzi del potere, ma il dispiegamento di poliziotti antisommossa che abbiamo visto a chiudere la strada che porta a Palazzo Madama ci preoccupa. State attenti ragazzi!
Una mia collega mi fa: "Non potevamo tornare a casa senza vederli. Sono la cosa più bella della giornata!"
Ha ragione. Non potevamo non vederli. Sono la nostra speranza, speranza che illumina il volto radioso e sorridente di Belphagor. Peccato che non mi sono potuta fermare che solo per un saluto (sarà per un'altra volta, Belphagor!).
Ritorniamo a Rebibbia, riprendiamo il pullman e ripartiamo.
A casa arriviamo verso le 20.30. L'unico TG ancora disponibile è quel cesso del TG2. Della manifestazione parlano due secondi quasi alla fine. Che vergogna!
Non importa quanti eravamo. Cinquecentomila, duecentomila, trentamila. Non è questo l'importante. L'importante è che l'Onda non si fermi.

P.S. La prima foto è tratta dal sito de L'Unità.
Le mie foto invece sono visibili in questo album.

giovedì 13 novembre 2008

Domani sono a Roma

Sono assai preoccupata della rottura dell'unità nel fronte sindacale. E' un film già visto nel 2002 quando CISL e UIL firmarono lo scellerato "Patto per l'Italia". La risposta fu la memorabile manifestazione del 23 marzo quella detta "dei tre milioni". Speriamo bene.


Tra i tanti articoli apparsi in questi giorni mi e' piaciuta per la sua chiarezza questa lettera apparsa su Aprile online.

Ragazzi vi stanno ingannando
I baroni hanno vinto ancora una volta. Il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che premia lo status quo e azzera ogni possibilità di svecchiamento dell'università. Una buona notizia per i dinosauri accademici, ma l'ennesimo schiaffo al movimento di protesta.

Insomma alla fine i baroni hanno vinto ancora una volta. Il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che sblocca i concorsi per 1800 tra professori, associati e ordinari, e 320 ricercatori.

Si è proprio così: un giovane assunto dall'esterno tra le migliaia di precari che lavorano negli atenei ogni 6 promozioni di docenti già in servizio. Anzi ogni 12. Si perché i concorsi per ordinari ed associati sono 1800 ma per ogni concorso oltre al vincitore c'è la possibilità di chiamare in servizio anche un idoneo, ovvero 3800 posti di ordinari e associati e solo 320 posti per decine di migliaia di giovani.

E' questo lo scambio che il governo ha proposto all'accademia. Il perpetuarsi di una piramide rovesciata: pochi giovani ricercatori di ruolo (tanto ci sono i precari da sfruttare), moltissimi associati ed ordinari con un'età media che si avvicina ai 60 anni. Tutto questo in cambio del silenzio su tutto il resto: riduzione dei fondi pubblici, privatizzazione degli atenei ecc.

Un imbroglio bello e buono. Un'operazione che premia lo status quo e azzera ogni possibilità di svecchiamento delle nostre università, di stabilizzazione, attraverso una selezione seria e meritocratica, dei giovani che in queste settimane si sono spesi generosamente in una lotta che oggi viene svillaneggiata dal governo e svenduta da larga parte dei loro docenti.

Sono ragionevolmente certo, infatti, che il decreto odierno sarà salutato con favore da larga parte del mondo accademico. Esso, infatti, premia non certo il merito e la spinta al rinnovamento ma le consorterie e le baronie, il corporativismo e la clientela.

Ragazzi vi stanno imbrogliando, stanno davvero uccidendo i vostri sogni. Fatevi sentire, potete ancora cambiare le cose con la vostra mobilitazione!

lunedì 10 novembre 2008

La fatica della coerenza

La coerenza è un tema molto sentito quando osserviamo gli altri, assai meno quando riguarda noi stessi. Spesso e volentieri infatti ad ognuno di noi piace sottolineare le ambiguità che vediamo mentre, nello stesso tempo, siamo i primi a peccare di incoerenza senza rendersene conto.
Quando io, per esempio, predico uno stile di vita rispettoso dell'ambiente, è probabile che sia apparsa come una perfettina impeccabile maestrina in questo campo. In realtà anch'io ho le mie belle ambiguità. Per esempio, sono la prima a criticare l'usa-e-getta perché incrementa inutilmente la produzione dei rifiuti, ma continuo ad usare fazzoletti e tovaglioli di carta perché, lo ammetto, mi fa fatica lavare (stirare poi non ne parliamo) quelli di stoffa. So benissimo che le merendine confezionate fanno male perché contengono grassi insalubri, ma la mia pigrizia mi impedisce di mettermi a confezionare con le mie manine sane torte per la merenda dei miei figli.
Delle nostre piccole quotidiane incoerenze parla un libro della psicologa Simona Argentieri che si intitola "Ambiguità" e di cui ho sentito la sua presentazione sia a Fahrenheit Radio 3
sia al Festival della mente (qui ne trovate una recensione su La Stampa).
L'Argentieri, facendo tesoro della sua esperienza clinica, ci illustra la diffusa forte tentazione di fare click in qualche nostro ideale e nello stesso tempo disattenderlo senza che questo ci procuri alcun tipo di disagio o di malessere. Spesso si proclama tranquillamente la propria indignazione e non è difficile individuare negli altri i meccanismi della malafede, salvo poi fare lo stesso in modo del tutto naturale.
Non si tratta di due aree una conscia e l'altra inconscia. Sono meccanismi che vivono entrambi nel conscio ma semplicemente non comunicano. Anche nella vita quotidiana se si prova a far confrontare qualcuno con il suo "funzionamento ambiguo", dice l'Argentieri, la risposta è paradigmatica "Sì, però..." formula magica per far coesistere le ambiguità. Secondo la psicologa si tratta di una creatività perversa che consente di mantenere l'autostima e un alto concetto di sé, avere degli ideali e disattenderli.
Come recita una vignetta di Altan:
"Nasciamo con un amore sconsiderato per la verità ma siamo pronti a liberarcene non appena ci sia d'impaccio."
Attenzione: qui non stiamo parlando di cinismo, precisa l'autrice. Il cinico è colui che fa come gli pare e lo sa (e fa l'esempio dei politici divorziati che difendono strenuamente l'integrità della famiglia). Nell'ambiguità di cui si parla l'inganno è fatto anche a noi stessi. Secondo l'Argentieri l'ambiguità ci dà dei vantaggi momentanei ma alla lunga è un cattivo affare.
Non ho capito bene in realtà cosa la psicologa proponga per superare la nostra ambiguità. Personalmente ritengo che non si possa pretendere da noi stessi di essere coerenti al 100% con i nostri principi. Però è vero che, come dice l'Argentieri, il primo grande passo sia quello di essere consapevoli del meccanismo. In fin dei conti, diciamolo, la coerenza è una gran fatica.

venerdì 7 novembre 2008

Ospiti stranieri

Alessandro, nato a Napoli, è Assistent Professor all'Università di Duesseldorf
Carlo, nato a Piacenza, è Phd Student a Postdam
Giovanni, nato a Modena, lavora a Parigi
Cristina, nata a Faenza, lavora alla Durham University
Paolo, nato a Torino, è Post Doc in Spagna
Sono solo alcuni casi che mi capitano tra le mani quando liquidiamo collaborazioni scientifiche con ospiti stranieri. Certo anche gli stranieri veri, quelli nati all'estero, spesso e volentieri li vediamo finiti a lavorare in un paese diverso da quello di origine. Il ricercatore tedesco che lavora in Olanda, il Russo che è professore negli USA, ecc. Quando si sente parlare di "fuga di cervelli", espressione un po' ridicola, viene da pensare a scienziati famosi. Poi ti capitano fra le mani i documenti di identità di questi "ospiti stranieri" e vedi che si tratta semplicemente di ragazzi e ragazze, nati magari in provincia, e finiti a lavorare da qualche altra parte nel mondo. E allora pensi alla storia che ci sta dietro quel documento di identità. Pensi alla famiglia che li vede una volta ogni tanto quando c'è l'occasione. Pensi che forse ad Alessandro, Carlo, Giovanni, Cristina e Paolo sarebbe piaciuto fare il loro mestiere di ricercatore in Italia.
In ogni caso, fossi un giovane laureato, non avrei dubbi e andrei a lavorare all'estero, soprattutto in un paese europeo. Una ragazza di Bologna, Barbara, che lavora all'Università di Colonia, tempo fa mi spiegava quanti vantaggi aveva trovato in Germania dove, per esempio, può scalare dalle tasse tutto quello che le serve per il suo lavoro (acquisto di computer, libri, ecc.).
Chi glielo fa fare di tornare in Italia?

martedì 4 novembre 2008

L'arte del commento

Un po' di tempo fa' sentii a Fahrenheit (Radio3) definire l'attività dei blogger: "sentire il bisogno di mettere in condivisione pezzi di interpretazione della vita". Mi è piaciuta molto questa definizione. In effetti spesso mi chiedo (come ho fatto anche in altri post) il senso non solo di tenere un blog, ma anche quello di leggere i blog degli altri, il significato di lasciare un commento o di rispondere a quelli ricevuti. Non ho trovato risposte però mi è piaciuta la definizione di "condividere pezzi di interpretazione della vita".
Commentare, per esempio, è quasi un'arte, che ognuno interpreta a modo suo. C'è chi, come il mio amico Dario, ama più commentare che scrivere post. Mi ricordo un ottimo post di Marina sull'argomento che vi consiglio di leggere e a cui è difficile aggiungere qualcosa .
Per quanto mi riguarda c'è da dire che quando seguivo pochi blog ero molto più accurata e puntuale nel commentare. Adesso ho così tanti amici blogger e ci tengo a mantenermi in contatto con loro, che mi accorgo di essere un po' frettolosa nei commenti (e, ahimè, anche nella lettura). E' un'attività che mi piace molto ma mi rendo conto che la quantità fa un po' a cazzotti con la qualità nel senso che spesso, per mancanza di tempo, sono costretta a leggere un po' superficialmente i post e lasciare, più che dei commenti veri e propri, delle tracce del mio passaggio del tipo "concordo", "anch'io la penso così", "hai ragione", "ti capisco". Sono consapevole che è un po' deludente per uno che ci ha messo un certo impegno e una certa passione per scrivere il post e gli piacerebbe che questo aprisse una certa discussione, ricevere commenti così. Fanno comunque piacere, per carità, ma sono poco più che saluti. Scusatemi, amici blogger, ma davvero di più non ce la faccio! Mi sembra già molto riuscire a leggere più o meno integralmente tutti i vostri post. Sono sicura che mi comprenderete.
Un'altra questione che talvolta mi pongo (ma non solo io, a quanto leggo) è se rispondere puntualmente ai commenti ricevutio no. Non sempre lo faccio oppure talvolta opto per una risposta, diciamo così, collettiva. Devo dire che su questo mi sento meno in colpa, nel senso che mi rendo conto che talvolta i commenti che mi lasciate sono della categoria di cui sopra, cioè affettuose tracce di passaggio, e quindi credo che i loro autori non si offendano se non controcommento. Vorrei essere precisa e diligente come Rino che risponde a tutti i commenti, in modo vario e originale e soprattuto sempre con un garbo e una gentilezza rari. Ma anche qui, ahimè, il tempo e la stanchezza si fanno tiranni.

sabato 1 novembre 2008

Siamo tutti bugiardini

Un'amica di cui ho perso le tracce, come spesso succede, era solita salutarmi con frasi del tipo: "Ti telefono sicuramente in settimana!" oppure "Ci vediamo assolutamente nei prossimi giorni!". Sembrava così e perentoria nelle sue promesse che io, le prime volte, mi stupivo del fatto che poi puntualmente non le mantenesse. Mio marito l'aveva soprannominata "bugiardina".
A pensarci bene, però, siamo tutti un po' bugiardini. Chi di noi non saluta con la promessa di risentirsi o di rivedersi, anche se, interrogandoci seriamente, sappiamo già che sarà difficile mantenere la promessa? Poi magari capita che ci rivedremo davvero ma al momento che lo diciamo non intendiamo certo impegnarci seriamente. E' una convenzione dirsi "Ci vediamo" o "ci sentiamo" e forse queste frasi vanno prese così, come una parte del saluto, non alla lettera.
Quando ero più giovane e più intransigente la cosa mi faceva star male. "Meglio non promettere niente che mentire", mi dicevo. Poi crescendo ho imparato ad accettare le convenzioni. Come quella che prevede la domanda rito "Come stai?" mentre in realtà non ce ne importa poi molto di saperlo. Basta provare a raccontare davvero in dettaglio i nostri malesseri ed acciacchi vari per vedere l'imbarazzo o la noia del nostro interlocutore. Attenzione: sto parlando di conoscenze superficiali, non di amici veri, né sto parlando di chi mente in mala fede per ottenere un vantaggio.
In tutti quei contatti che rimangono alla superficie della nostra vita un "Come stai?" o un "Ci vediamo" non si negano a nessuno. In fondo siamo tutti bugiardini!