lunedì 31 ottobre 2011

Ma dove sono io?

Pur rappresentando circa il 2% del peso del corpo, il nostro cervello consuma circa il 20% dell'energia necessaria per tenersi in vita, anche quando non lo usiamo. Ci vogliono circa diciotto anni per completare il processo di fetalizzazione, cioè di completamento della formazione del nostro cervello. Abbiamo circa cento miliardi di cellule nervose, ciascuna con diecimila collegamenti (le famose sinapsi) che cambiano molto velocemente creando continuamente reti neurali. Usiamo solo il 20% di questi possibili collegamenti e più usiamo un certo circuito più esso si rinforza. Tutto quello che percepiamo con i sensi arriva frammentato al cervello, adatto a rispondere a domande semplici e preordinate. E' la corteccia cerebrale che in un terzo di secondo annoda tutti i fili e rende ciò che è arrivato ragionevole e continuo. La guaina mielinica che ricopre il fascio nervoso che collega i neuroni fa sì che l'impulso nervoso abbia la velocità di un jet supersonico anziché quella di un uomo a piedi. Dalla sua presenza, che raggiunge il massimo intorno ai diciotto anni, o dal suo deteriorarsi dipende la velocità dei nostri riflessi.
Non mi stancherei mai di stare a sentire Edoardo Boncinelli, genetista e neuroscienziato dalla grande capacità divulgativa, autore di La vita della nostra mente, presentato anche a Le Storie-Diario italiano.
Quale argomento affascinante sono le neuroscienze! Gli esseri viventi, dice il professor Boncinelli, sono un miracolo della capacità di ottimizzare tutte le funzioni.
Ecco perché ho apprezzato molto le sue tre lezioni tenute al Festival della mente dell'anno scorso e riascoltabili sul sito: La mente e il corpo. Le tre età: la formazione, la maturità, l'invecchiamento.
Non mi stancherei mai di ascoltarlo anche perché è rassicurante. "La mente invecchia molto più lentamente del corpo. Per qualcuno quasi non invecchia. Non è vero che si perde la memoria, si perde la velocità nel richiamare i ricordi, soprattutto i nomi. Basta non arrabbiarsi e non spazientirsi: i ricordi sono lì e ci vuole solo un po' più di tempo per farseli tornare in mente."
Poi il neuroscienziato sconfina verso la filosofia con il concetto di coscienza che ha vari livelli, di cui il più alto, l'io fenomenico, consiste nella "mia personale percezione delle cose, dovuta alla mia storia personale e ai miei ricordi, alle mie inclinazioni e alle mie avversioni, e che nessun altro può afferrare fino in fondo." Un io unico e irripetibile, che non muore insieme al mio corpo e che, almeno per ora, non è possibile replicare. Ma dove si trova questo io? Per quello che ne sappiamo oggi, in quel milione di miliardi di connessioni sinaptiche del mio cervello.

venerdì 28 ottobre 2011

Proposta di legge per l'omicidio stradale

In questi giorni ci si commuove, giustamente, per la morte del pilota Simoncelli. La morte di un giovane è qualcosa di troppo innaturale e quindi inaccettabile. Non importa andare a cercare i dati statistici, per sapere però che l'incidente stradale è tra le prime cause di morte tra i giovani.
Capita così che un ragazzo di diciassette anni a bordo del suo scooter, senza infrangere alcuna norma stradale, venga travolto da un altro scooterista che guida positivo alla cannabis e con un tasso alcolemico di tre volte superiore al limite di legge (significa aver bevuto 15 birre o 2 bottiglie di vino). Capita anche che questa persona che ha spento una vita piena di speranze e di fiducia nel futuro, non solo non venga arrestato subito, ma in carcere non ci vada mai. Questo perchè non esiste per la legge italiana il reato di "omicidio stradale" e che quindi non sia previsto alcun aggravante per essersi messi alla guida in condizioni tali da diventare un arma letale e incontrollabile.
Confesso che mi costa tantissimo parlare di questo tipo di argomento perché, per motivi personali, esso mi provoca un'ansia enorme. Tuttavia mi sono fatta forza perchè ammiro molto quello che stanno facendo i genitori di Lorenzo Guarnieri (che frequentava lo stesso liceo dei miei figli) e perchè non mi sembra possibile che la loro sacrosanta proposta di legge non riesca a raggiungere le 50.000 firme necessarie.
Firmate per favore: www.omicidiostradale.it

mercoledì 26 ottobre 2011

Perché blog?


  • per sfogare le arrabbiature;
  • per condividere idee, emozioni, riflessioni, soddisfazioni, amarezze;
  • per ricevere commenti (pochi, anzi meglio pochi-ma-buoni che tanti-insignificanti-o-peggio-ancora-insultanti);
  • per consigliare qualcosa che mi è piaciuto;
  • per fare esercizio di scrittura (che ce n'è talmente bisogno, ché poi altrimenti si perde la capacità di mettere insieme un discorso, guarda quanta gente non sa più scrivere due righe);
  • per approfondire, elaborare, memorizzare, assimilare (ché se una cosa che mi colpisce non mi fermo a scriverla, a riassumerla, ad approfondirla con ricerche in rete, svanisce presto dalla mia mente, evapora ed è come se non l'avessi mai sentita/vista/vissuta, e finisce che mi chiedo: "da chi avevo sentito questa cosa? Chi era quello che aveva detto questo? Quand'è che ne ho sentito parlare?");
  • perché mi piace "confezionare" qualcosa (nessuna pretesa artistica o giornalistica, però che bello avere un'idea che piano piano prende forma, si butta giù un po' di parole e poi si cercano i link, e poi si lima l'Italiano, e poi si cerca la foto o la figurina, e poi si fa l'allineamento a destra, e poi il controllo ortografico, e poi si rilegge e si migliora, e alla fine si clicca su "pubblica post");
  • perché mi diverto, perché non vedo l'ora di ritagliarmi quel tempo per scrivere;
  • perché quando rileggo i miei vecchi post mi dico: "Però carino questo, non mi ricordavo di averlo scritto!"
  • perché se poi quello che pubblico piace o interessa qualcun altro, sono ancora più contenta.
Della serie, ogni tanto bisogna andare in loop e ricominciare dall'inizio. ;-)

lunedì 24 ottobre 2011

Il mondo che verrà

Sempre a proposito di trasmissioni che arricchiscono il cervello, molto interessanti ma anche comprensibili sono le lezioni di economia di Romano Prodi che vanno in onda il martedì alle 23 su LA7. Si tratta di tre lezioni, tenute presso l'Università di Bologna, destinate agli studenti italiani e stranieri e arricchite con schede riassuntive, che presentano un ampio respiro: i rapporti economici tra paesi e continenti, la crisi finanziaria e agricola, le risorse, l'energia, le disuguaglianze, i possibili rimedi.
L'economia, pur avendone ricevuto un'infarinatura a scuola, mi risulta sempre una materia ostica e mi dà anche l'impressione che in essa non vi siano tante certezze. Sono temi che in ogni caso, nel nostro mondo così interconnesso e globalizzato, non possiamo permetterci di non conoscere e il professor Prodi, oltre al suo consueto ottimismo (che personalmente non condivido molto), dimostra grande competenza e chiarezza.
Così ho appreso che gli Stati Uniti negli ultimi decenni hanno abbassato le tasse senza poterselo permettere, che spendono il 42% del loro bilancio per le spese militari contro appena il 7,3% della Cina, che il bilancio della California non è messo meglio di quello della Grecia ma può contare su una forte protezione dello stato federale, che l'Euro non fallirà perché la Germania, lo stato europeo economicamente trainante, non ha nessun interesse che esso fallisca, che la mancanza di cibo diventerà una delle principali cause dei prossimi conflitti, e tanti altri elementi utili a collegare la massa di notizie economiche di cui siamo bombardati ogni giorno.
Le prime due lezioni de Il Mondo che verrà sono rivedibili sul sito di LA7 mentre la terza lezione andrà in onda martedì 25.

sabato 22 ottobre 2011

L'angelo, il fantasma e la massa indifferente

Mio figlio deve farsi ricostruire il legamento crociato anteriore del ginocchio, rottosi tipicamente giocando a calcio. Alla fine abbiamo deciso di metterlo in lista di attesa per farsi operare da un noto chirurgo in un ospedale pubblico. D'altra parte, per fortuna, non è un intervento urgente, non gli impedisce di condurre una vita normale, salvo rinunciare a giocare a calcio finché non sarà operato e riabilitato.
Sono ormai passati quasi sei mesi e ci piacerebbe sapere almeno a che punto siamo della lista di attesa, giusto per farsene una ragione. Dopo diversi tentativi telefonando ad un numero al quale non risponde mai nessuno, approfittando di una mattinata libera, mi reco nel grande ospedale ortopedico per cercare di racimolare qualche notizia.
Comincio con il salire al sesto piano (dove avevamo fatto la prenotazione) e mi trovo davanti ad una porta con vetrate opache di quelle che tipicamente accedono ad una corsia di degenza e che si aprono solo dall'interno. Provo a suonare il campanello ma nessuno mi apre. Allora scendo a piano terra per chiedere in portineria se sto provando nel posto giusto oppure no. L'addetto guarda con aria perplessa il mio foglio di prenotazione e mi dice, con fare poco convinto, che devo andare al quinto piano. Anche qui trovo una porta chiusa e anche qui nessuno mi apre.
Torno al sesto piano sconsolata e rassegnata a forzare il mio carattere usualmente rispettoso di regole e di orari e, approfittando dell'uscita di una signora, mi intrufolo.
Nel corridoio deserto passa un'infermiera: "Mi scusi, so che lei non è la persona a cui mi dovrei rivolgere ma è molto che giro e vorrei solo sapere dove poter avere informazioni sulle liste di attesa." Mentre essa non accenna a fermare la sua andatura rimandandomi ad un altro giorno ed un altro orario, ecco che arriva il mio angelo: un'altra infermiera sopraggiunge e si offre di aiutarmi. Mi porta in un ufficio, mi fornisce il nuovo numero di telefono (quello che avevo naturalmente non era più buono), e, con mio riconoscente stupore, si offre di chiamare lei stessa seduta stante l'ufficio in questione. Ottiene così di sapere il nome della persona che può vedere le liste di attesa e mi indica dove trovare il suo ufficio.
"Grazie" le dico, "è stata molto gentile. E' grazie a persone come lei che questo paese non è ancora affondato."
Peccato che la stanza dell'addetta alle liste di attesa sia chiusa e priva di qualsiasi indicazione all'esterno. Di questa signora nessuno sa nulla salvo confermarmi che è proprio quello il suo ufficio. Una sorta di fantasma. D'altra parte di angeli è già tanto se se ne incontra uno al giorno.

giovedì 20 ottobre 2011

Il cheesecake dell'Elena


Tra i pochi negozi del quartiere che frequento, questa piccola bottega mi aveva subito incuriosita per la cura con cui era stata arredata. "Dolci e torte" recitava l'insegna, ma non si trattava di una pasticceria nel senso tradizionale del termine, di quelle in cui si fa a fare colazione la domenica, per intendersi. L'aspetto era quasi di una gioielleria e aveva anche degli orari un po' particolari, se ricordo bene.
Dall'esiguo assortimento dei dolci esposti in vetrina si capiva che erano fatti con ingredienti freschi e di stagione; niente a che vedere con quei dolci surgelati da tirare fuori dal frigo due ore prima dell'uso. Vi lavorava Elena, una ragazza semplice, dal sorriso dolce, simpatica ed estroversa. Stava sempre nel laboratorio retrostante a preparare le sue prelibatezze ed infatti, per accedere al negozio, bisognava suonare il campanello e farsi aprire.
Quando compravo un dolce da lei, chiedeva sempre se era per qualche occasione, per darmi candeline o decorazioni varie, mi chiedeva come era stata la riuscita dell'acquisto precedente e talvolta mi parlava dei suoi problemi familiari col padre malato e fratelli che non l'aiutavano.
Mi è dispiaciuto quando ha chiuso (e tra l'altro no so nemmeno che fine abbia fatto) anche se capisco che non poteva avere grande mercato. I suoi prezzi erano congrui per l'ottima qualità degli ingredienti ma di sicuro alti comparandoli a quelli dei dolci più industriali.
Ci mancano le torte dell'Elena e in particolare ci manca il suo cheesecake di cui mio figlio andava matto.
E adesso si apre il toto-negozio: cosa ci verrà al suo posto?

lunedì 17 ottobre 2011

I "Felici Pochi", gli "Infelici Molti" e i "Felici, nonostante"

Indagine Demos & Pi: "Lei si definirebbe una persona...

  • molto felice risponde il 19% degli intervistati
  • abbastanza felice 66%
  • poco felice 11%
  • per niente felice 3%
  • non sa, non risponde 1%

Secondo Ilvo Diamanti, ospite di questa puntata di Le storie - Diario italiano, il sorprendente numero di intervistati che si definisce felice si spiega sia con il bisogno di definirsi tale come risposta ai problemi che abbiamo, sia come riflesso condizionato, come difesa, tramite la piccola felicità personale, contro il mondo che ci grava addosso. Tutti ci lamentiamo che le cose non vanno come dovrebbero, ma sentiamo il bisogno di contrapporre a ciò la nostra personale felicità fatta di amicizie e affetti privati.
Comprensibile il fatto che il 98% dei giovani tra i 15 e i 24 anni si dichiarino felici, nonostante le incertezze che hanno davanti (a parte che se c'è stato un periodo in cui io mi sarei definita senz'altro infelice è stato proprio tra 15 e 18 anni). I due fattori che rendono i giovani più felici sono: la cerchia densa di relazioni sociali (basti pensare alla scuola) e la possibilità di progettare un futuro. Il tasso di felicità cala infatti sensibilmente negli ultrasessantacinquenni, a causa soprattutto della solitudine.
I sondaggi vanno presi ovviamente con le molle, afferma persino il professor Diamanti che su di essi ci campa, In effetti chi è colui che, intervistato al telefono un po' alla sprovvista, comincerebbe a lamentarsi delle proprie disgrazie piuttosto che tagliar corto con un "abbastanza felice"? Io stessa mi sono riconosciuta in quel 65% di abbastanza felici, nostante tutto.
Tuttavia il punto essenziale sarebbe mettersi d'accordo su cosa vuol dire felicità, dopo secoli di discussione e fiumi di parole, vedo un po' improbabile.
E se la simpatica Isabel si presenta sul suo profilo con la bella frase di Prevert: "Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l'esempio", a me invece è venuta in mente un'idea di felicità in controtendenza, e cioè come libertà di non essere omologati, espressa magistralmente da Ela Morante nella "Canzone degli F.P. e degli I.M.". Temo che se la Demos & Pi facesse un'indagine "Lei si definirebbe un F.P. o un I.M.?" la percentuale dei primi sarebbe assai più modesta di quella dei secondi!


"Che significa F.P.? Si tratta di un'abbreviazione per Felici Pochi.
E chi sono i felici pochi? Spiegarlo non è facile, perché i Felici Pochi sono indescrivibili.
Benché pochi, ne esistono d'ogni razza sesso e nazione e poca età società condizione e religione.
Di poveri e di ricchi (però, se nascono poveri, loro, in generale,
tali rimangono, e se nascono ricchi, presto si fanno poveri)
di giovani e di vecchi (però difficilmente loro arrivano in tempo a farsi vecchi)
di belli e di brutti (a vero dire, loro pure quando siano volgarmente intesi brutti,
in REALTÀ sono belli; ma la REALTÀ è di rado visibile alla gente...
Insomma. Obiettivamente, per giustizia, qua si certifica, in fede, che gli F.P. sono tutti e sempre bel-lis-si-mi,
anche se per suo conto la gente non lo vede).
[...] E che significa I.M.? Si tratta, ovviamente, anche qui d'una abbreviazione per Infelici Molti.
E chi sono gli infelici molti? Sono TUTTI gli altri [...]".


"L’infelicità dei Felici Pochi è
più felice assai che non la felicità
degli Infelici Molti!
La felicità degli Infelici Molti
Non è allegra! Non è mai allegra!
Per quanto si diano da fare,
gli Infelici molti si devono rassegnare:
LA LORO FELICITà E’ TETERRIMA!questo è regolare!
E l’infelicità dei Felici pochi
Invece è allegra!ALLEGRA!
Dovunque, in ogni caso è allegra: nell’Antartide, o nei Conghi, o foss’amche fra le orchesse e fra i Cannibali
È allegra!
E come si spiega?Mah! La vita è un rebus non c’è rimedio!
Gli Infelici molti ci si possono addannare
Uniti con rinnovato impegno a lottare
Contro questa rogna paradossale
Impiegando tutta la loro energia morale
Industriale nucleare ecc. per combinare
Creazioni originalissime d’infelicità
Contro i Felici Pochi!
Macché!Macché!Non ce la fanno!Se ne devono capacitare
Che a conti fatti gli resta sempre da ingollare questo rospo:
l’infelicità dei
Felici pochi
È
Allegra!ALLEGRA!
AL-LE-GRA!
Nei ghetti
Negli harem
In Siberia
In Texas
A Buchenwald
In galera
Sulla forca sulla sedia elettrica
Nel suicidio.
"