
venerdì 29 gennaio 2010
mercoledì 27 gennaio 2010
Metti un gancio nel tuo post
Ho riflettuto sul cruccio di alcuni amici blogger di ricevere pochi commenti e in particolare su Giulia che si dispiace quando le scrivono che i suoi post sono così belli e completi che non viene da aggiungere niente. Sono giunta alla conclusione che per stimolare uno scambio o un discussione sia necessario inserire nel post un qualcosa che faccia accendere nel lettore la voglia irresistibile di intervenire, che gli faccia "prudere le mani sulla tastiera", per usare la simpatica espressione di Dario. Questo qualcosa, secondo me dovrebbe appellarsi alla propria esperienza personale, al proprio gusto unico e particolare e dovrebbe essere anche qualcosa di immediato e di quotidiano.Per esempio, se mi scappa di fare un post sul mio lavoro e mi metto a scrivere sulla contabilità degli enti pubblici potrei anche essere così brava da suscitare il vostro interesse (ce ne vuole, visto l'argomento) ma non credo che vi verrebbe da aggiungere altro (a meno che non facciate esattamente il mio stesso lavoro). Se invece, nel parlare del mio lavoro, racconto le mie imprecazioni perché il computer si è bloccato dandomi un messaggio di errore proprio mentre stavo terminando un compito lungo e delicato, è facile che ai lettori venga voglia di scrivere consigli su come rimediare o di raccontare analoghi episodi in cui hanno perso i dati, o del loro rapporto di odio/amore verso queste "macchine infernali" e così via.
Anche dal punto di vista della forma, ho notato che è utile inserire una domanda nel post che inviti a raccontare la propria esperienza. Più che un generico "voi cosa ne pensate?" è più efficace un "a voi è mai capitato?" oppure un "voi che fareste al posto mio?".
L'informatico di famiglia mi dice che si chiamano "hook" (ganci) quegli elementi che, in un programma già confezionato, permettono di agganciare in certi punti o una personalizzazione o un altro programma che faccia altre cose. Mi è piaciuta quest'idea del gancio e l'ho associata subito a quel qualcosa di un post che "faccia prudere le mani sulla tastiera".
domenica 24 gennaio 2010
Voglia di ossigeno
La lettura dei giornali (L'Unità e Il Fatto Quotidiano) del fine settimana è un momento di relax che in effetti durante i giorni feriali non riesco proprio a ritagliarmi. La sensazione che mi rimane però non è affatto rilassante, anzi, è sempre più demoralizzante. Da molto tempo infatti (lo avrete notato) non scrivo una riga sulle notizie di attualità e di politica. Non ce la faccio proprio. E' più forte di me. E' vero che certe vergogne vanno denunciate e non devono passare sotto silenzio. Ma a chi le denuncio? Ai miei amici lettori che sono già sensibili e sicuramente più informati di me? Lo trovo inutile.Invece ho un disperato bisogno di scrivere cose positive, chiamiamole "buone notizie", "gocce nel mare", chiamatele come volete. Non si tratta di nascondere la testa sotto la sabbia. Si tratta di boccate di ossigeno prima di ritornare in apnea.
1) Su L'Unità di un paio di settimane fa Federica Fantozzi ha raccontato l'attività delle associazioni che fanno parte della rete Last Minute Market, ideata dieci anni fa dal professor Andrea Segré, preside della facoltà di Agraria dell'Università di Bologna. Il motto è "trasformare lo spreco in risorse". Ci sono gli addetti dell'Opera Pia di padre Marella che recuperano cibo vicino alla scadenza o con confezione danneggiata e lo portano alla mensa dei poveri, le Dame di San Vincenzo che danno agli indigenti gli avanzi delle mense scolastiche e delle caserme, la pasticceria Orsetti di Ferrara che alla fine della giornata mette a disposizione i dolci avanzati per gli extracomunitari e per il dormitorio comunale. Nel 2009 la rete di Last Minute Market (che funziona soprattutto in alcune regioni del Nord) ha salvato 890 tonnellate di cibo per un valore di 3 milioni di euro offrendo 1.800.000 pasti e contribuendo a risolvere il problema di smaltimento dei rifiuti per i fornitori e quello di indigenza dei fruitori (il tutto però solo se nel raggio di poche centinaia di metri per non creare ulteriore inquinamento). Io la trovo una grande iniziativa.
2) Nando Dalla Chiesa, uno dei miei punti di riferimento quando ho bisogno di storie di persone positive, su Il Fatto Quotidiano del 27 dicembre scorso racconta di una sua amica architetto, Donata Almici, che da direttrice della rivista dell'ordine aveva denunciato la corruzione e gli intrallazzi dei suoi colleghi lombardi e che da membro del consiglio di amministrazione dell'Accademia di Brera ha scovato favoritismi e poste di bilancio non spese. Sempre dello stesso autore su Il Fatto Quotidiano di oggi si racconta invece di Don Cosimo Scordato che nel quartiere degradato di Albergheria, centro storico di Palermo, da anni porta avanti un progetto contro la dispersione scolastica con ottimi risultati. Sono tanti i ragazzi che Don Cosimo è riuscito a far rimanere a scuola. Ha persino fatto laureare un gruppo di ragazzi del Congo.
3) Massimo Gramellini a Che tempo che fa sabato scorso ha raccontato invece di un tassista bengalese di New York che ha trovato una borsa con 21 mila dollari sulla sua auto e ha fatto ottanta chilometri per riportarla alla proprietaria tornandoci ben quattro volte prima di trovarla. La proprietaria, una pensionata italiana, ha offerto una ricompensa al giovane tassista ma egli ha rifiutato dicendo: "Quando avevo cinque anni la mia mamma mi ha detto: sii onesto, lavora sodo e salirai di livello." Lo so, sembra una storia di Natale ma a me fa un gran piacere sapere che esistano ragazzi così.
Buona settimana a tutti.
mercoledì 20 gennaio 2010
Bacheche che passione!
Chi ama la casa in ordine forse inorridirà, ma io adoro le bacheche. Mi piace attaccare sulla superficie di sughero con le puntine tutto quello che non devo perdere, che non deve finire sepolto da altri fogli sul tavolo o che deve ricordarmi di fare qualcosa. La lavagna bianca non mi piace sia perché sia mi ritrovo la polverina nera dei pennarelli dappertutto sia perché le calamite reggono male i fogli. Invece il sughero lo trovo più funzionale. Pensandoci mi rendo conto che ho piazzato bacheche di sughero un po' dappertutto: davanti alla porta di ingresso, in cucina (dove appendiamo anche un foglietto con la lista della spesa che stacchiamo quando ce n'è bisogno senza dover ricopiare), una sopra ciascuna delle scrivanie dei miei figli e di mio marito ed anche in ufficio alle mie spalle. Ci stanno attaccati avvisi di eventi a cui vorrei partecipare, gli orari di ricevimento dei professori, scontrini da conservare per breve tempo, bigliettini di auguri, bollette da pagare, cartoline e anche ricordi come il nastro con scritto "Ci sono anch'io", ricordo della manifestazione dei Girotondi a Piazza San Giovanni nel 2002.
Deve essere proprio una mia fissazione quella di coprire gli spazi verticali. Lo dimostra l'armadio nel mio ufficio che per me è una sorta di "altarino di ricordi confortanti". Da sinistra: le mie tessere di iscrizione all'ANPI, il volantino e un paio di foto della manifestazione della CGIL del 4 aprile scorso, la cartolina del Festival della Resistenza di Fosdinovo, il manifesto della giornata della memoria per le vittime di mafia, il ritratto del Granduca Leopoldo e un paio di disegni di quello spiritoso di mio figlio dove ci sta scritto "Lavora!" e "Se non lavori non campi!".
domenica 17 gennaio 2010
Nere prospettive
Sarà che questi mesi per me sono i peggiori dell'anno. Vivo come in letargo (soffro il freddo, ho le mani e i piedi pieni di geloni, una macchia sopra la mia palpebra segnala che avrei bisogno di sole, ho voglia di aria tiepida, di brezza piacevole, di natura che rinasce). Sarà forse questa mia avversione per l'inverno che mi fa essere particolarmente pessimista. Certo, motivi per vedere nero ce ne sono a bizzeffe leggendo i giornali. Personalmente continuo a ritenermi fortunata e sento che non ho nessun diritto di lamentarmi. Però penso ai miei figli e so che per loro il futuro non sarà facile.Non sono la sola a nutrire questi timori. In una puntata di Fahrenheit Radio3 che ho sentito qualche tempo fa discutevano sui dati del X Rapporto Eurispes-Telefono Azzurro sull'infanzia e sull'adolescenza: su 1090 bambini tra i 7 e gli 11 anni il 45,4% ritiene che sia molto difficile laurearsi e il 74 % abbastanza o molto difficile trovare un lavoro. Ancora più impressionanti sono le risposte degli adolescenti: su 1374 intervistati tra i 12 e i 19 anni solo il 54,9% esprime il desiderio di laurearsi. C'è da meravigliarsi di questa sfiducia nel futuro e nell'utilità di acquisire delle competenze? E' ovvio che i ragazzi riflettono le ansie adulte ma come dar loro torto? Come nascondere loro che oggi la competizione è più acuta rispetto al passato perché le occasioni sono sempre più ridotte?
Soprattutto manca una prospettiva a largo raggio, una progettualità. La nostra classe dirigente ha perso capacità di progettare e quindi di costruire il futuro. Siamo come consegnati ad un enorme presente.
Allora penso ai miei genitori. Quando ero piccola lo stipendio di operaio di mio padre era l'unica entrata della famiglia e i miei avevano difficoltà a pagare l'affitto finché, piano piano, con sacrificio, riuscirono a comprarsi la casa. Sognavano per me un diploma, un posto impiegatizio possibilmente pubblico, una famiglia e una casa di proprietà. Ho esaudito tutti questi loro desideri. E per i giovani di oggi? Pare che la speranza di una modalità ascendente sia rimasta fino agli anni Settanta mentre successivamente è subentrato sempre più un grande senso di delusione ed incertezza.
Persino per quanto riguarda la sfera privata, il rapporto rileva che il 60% dei bambini pensa che sia molto o abbastanza difficile sposarsi.
Interessanti anche i risultati del rapporto per quanto riguarda i modelli: il 27% dei bambini e il 38% degli adolescenti dichiara di non voler assomigliare a nessun personaggio noto (i modelli più indicati sono Valentino Rossi per i maschi e Belen Rodriguez per le femmine, rincuorante che Fabrizio Corona si fermi al solo 2% battuto dal 3,2% della Rita Levi Montalcini).
venerdì 15 gennaio 2010
Angela esiste
Non sono brava a trovare belle parole di circostanza.Per questo mi viene solo da scrivere:
Ci mancherai, Angela.
giovedì 14 gennaio 2010
Lasciare tracce di noi
E' dura accettare che di noi non rimarrà nulla dopo che saranno morti anche quelli che ci hanno conosciuto e voluto bene. E' grande la tentazione per la persona comune, di cui la storia non parlerà né in bene né in male, di lasciare una qualche traccia del proprio passaggio: un diario, delle immagini, dei filmati, brani della propria voce.Ecco che internet e la tecnologia in genere vengono incontro al desiderio, non nuovo ma sempre più crescente, di archiviare la nostra vita.
Questo l'argomento di un'interessante puntata di Fahrenheit Radio3 che ha visto ospiti Maurizio Ferraris, professore di filosofia a Torino e autore di "Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce", e Giacomo Papi, che fa parte dello splendido progetto della "Banca della memoria" (i ragazzi che vanno in giro per l'Italia a raccogliere i ricordi di persone anziane perché non si perdano).
In effetti la tecnologia oggi permette di registrare e archiviare una marea di dati, dalle email, agli SMS, alle foto, ai video, ecc. senza più problemi di spazio o di peso ed in modo sempre più alla portata di tutti.
Ho scoperto che esiste persino un progetto un po' folle, che si chiama MyLifeBits con il quale Gordon Bell, ricercatore della Microsoft, si propone di registrare ogni istante (ogni bit) della propria vita.
Questa facilità tecnologica di archiviazione però presenta degli inconvenienti.
Innanzitutto può "prendere la mano" e renderci incapaci di vivere la vita che ci passa sotto il naso. Vengono in mente quelli che fotografano o riprendono qualsiasi cosa, dallo spettacolino dei figli ai viaggi, come presi da una frenesia di accumulo, come se il presente fosse già subito passato, un qualcosa da archiviare o al massimo da rivedere in salotto. Devo dire che questo pericolo lo avverto anch'io durante i miei viaggi. Pur non essendo una fotografa particolarmente raffinata, talvolta sento che la mia preoccupazione di fronte a un bel paesaggio o a qualunque cosa mi provochi un'emozione sia come "catturarla" con la macchina fotografica dimenticandomi di viverla a pieno. Allora mi fermo e mi impongo di non pensare alla foto da fare.
Ma il pericolo principale della memoria archiviata digitalmente è la sua fragilità: poichè la tecnologia evolve velocissima, i supporti su cui è registrata la memoria sono presto obsoleti e vanno continuamente convertiti. Cosa sarebbe stato dei manoscritti di Aristotele, che sono stati chiusi per secoli in un forziere, se fossero stati su floppy? Non si può certo pretendere che i nostri nipoti facciano la manutenzione dei nostri "archivi" trasferendoli dalle audiocassette o dai VHS ai DVD e così via.
Ed anche queste nostre righe che affidiamo alla rete quanto sopravviveranno? E chi ci garantisce che i nostri provider conserveranno queste (per noi) preziosissime tracce (vero Unodicinque?)? E il racconto che avevo scritto con il computer ventanni or sono che conservo salvato su un floppy da 5 pollici e un quarto? L'umanità potrà sicuramente sopravvivere senza quest'opera della mia fantasia, però mi piacerebbe davvero rileggerlo, visto che ogni traccia di esso, ahimè, è stata cancellata nell'hard disk del mio cervello.
Aggiornamento del 26 gennaio: ho scoperto che un mio collega conservava ancora un PC con un lettore di floppy grandi e cosi' mi ha recuperato il racconto. Che delusione! Il tema erano le sofferenze che stavo attraversando in ufficio in quel periodo.
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